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8 marzo: la festa che divide le donne (più degli uomini)

Psicologia della ricorrenza, marketing dell’empowerment e cinque abitudini che non scadono mai

La mimosa è diventata uno dei simboli più divisivi del calendario. Non per quello che rappresenta, ma per quello che rivela: poche ricorrenze generano una frattura così netta all’interno dello stesso gruppo che dovrebbero unire.

Chi considera la Giornata internazionale della donna una data ancora necessaria e chi la sente già anacronistica. Chi la vive come momento di rivendicazione e chi la percepisce come una vetrina in cui il femminismo viene impacchettato e venduto a €29,90. Chi organizza aperitivi tra amiche e chi posta storie per spiegare perché non lo farà. La mimosa divide meno di quanto si pensi: quello che divide davvero è il senso della festa — se ce l’ha ancora, e quale.

Questa tensione interna è, a ben guardare, il dato più interessante dell’8 marzo contemporaneo. 

Una data nata per dividere

La Giornata internazionale della donna nasce nel 1910 come strumento politico, non come celebrazione. È una data combattiva per definizione — e combattiva lo è rimasta, anche quando il contesto è cambiato radicalmente. Il problema è che “combattiva” oggi significa cose molto diverse a seconda di chi parla, di quanti anni ha, di dove si trova nel proprio percorso.

Questo spiega l’imbarazzo? L’8 marzo non è neutro come un compleanno. Porta con sé una storia, una posizione, un’idea di cosa significhi essere donna nel mondo. E quando quella storia viene semplificata in uno slogan su una borsa di cotone o in una campagna beauty “dedicata a te”, la reazione di molte donne è fastidio.

Il fastidio è legittimo. Ma fermarsi lì sarebbe uno peccato. 

Come il mercato ha imparato a parlare femminista

Negli ultimi dieci anni è avvenuta una trasformazione sottile ma rilevante nel modo in cui i brand si rivolgono alle donne intorno all’8 marzo. Il linguaggio della subordinazione — “sei bella”, “piaci agli altri”, “conquista lui” — è stato gradualmente sostituito dal linguaggio dell’autonomia: “meriti di curarti”, “sei abbastanza”, “questa scelta è tua”.

In apparenza è un progresso. Nella sostanza è una sofisticazione del meccanismo, non una sua scomparsa.

Il femminismo come estetica — definito da alcune studiose di cultura visuale commodity feminism — funziona esattamente così: prende il linguaggio della liberazione e lo usa per vendere prodotti che, a quella liberazione, hanno poco a che fare. Non è un fenomeno esclusivo dell’8 marzo, ma in quella settimana raggiunge la sua massima concentrazione. Rossetti, creme, abbonamenti wellness, weekend spa, libri di self-help: tutto viene confezionato con il lessico dell’empowerment.

Riconoscerlo non significa rifiutare la cura di sé. Significa distinguere tra un gesto che nasce da un bisogno reale e una scelta consapevole, e uno innescato da un contesto commerciale costruito ad arte.

È una distinzione che si fa con la testa, non con il portafoglio.

Cinque abitudini che non si comprano

Se l’8 marzo può servire a qualcosa — al di là delle polemiche e delle campagne — è come punto di innesco. Non diversamente da un capodanno o da un compleanno: un momento arbitrario in cui ci si ferma, e si decide cosa portare avanti.

Queste cinque pratiche non richiedono budget. Non scadono il 9 marzo. E non dipendono dal fatto di aver festeggiato o meno.

Ridefinire cosa si intende per “cura”

La cura di sé non è sinonimo di routine beauty, anche se può includerla. È qualunque gesto che risponde a un bisogno autentico — non a un’aspettativa esterna. Dormire un’ora in più. Smettere di rispondere ai messaggi dopo una certa ora. Tornare a fare qualcosa che era stato abbandonato perché “non c’era tempo”. Prima di adottare una qualsiasi abitudine, vale la pena fermarsi e chiedersi quale sia il bisogno reale del momento.

Stabilire un confine — e mantenerlo

La ricerca psicologica sulle relazioni è abbastanza unanime: la difficoltà a tenere confini sani è uno dei predittori più affidabili di esaurimento emotivo. Un confine è igiene relazionale. L’abitudine concreta è identificare un’area in cui i propri limiti vengono sistematicamente compressi, e decidere cosa cambiare. Un confine alla volta, con costanza.

Coltivare una pratica di attenzione intenzionale

Mindfulness è una parola consumata, ma il concetto che sta sotto ha basi solide: dedicare del tempo a stare presenti, senza produrre nulla. Serve trovare un momento quotidiano in cui l’attenzione non sia dispersa tra schermi e richieste. Una camminata senza podcast. Il caffè senza aprire il telefono. Tre righe scritte a mano la sera. L’effetto non è immediato — ed è esattamente per questo che funziona: allena la mente alla presenza invece che all’urgenza.

Investire nelle relazioni che restituiscono energia

Nella vita adulta le relazioni tendono a diventare passive. Si frequentano le persone per inerzia o per obbligo, si trascurano quelle che richiederebbero uno sforzo attivo per rimanere vive. L’abitudine qui è intenzionale: identificare una o due relazioni che hanno valore reale e investirci con consistenza. Non con grandi gesti, ma con presenza autentica — un messaggio sincero, una proposta concreta, l’ascolto vero in una conversazione.

Smettere di rimandare

C’è quasi sempre una cosa — un progetto, una direzione, una decisione — che viene rimandata in attesa delle condizioni giuste. Le condizioni giuste raramente arrivano. La ricerca sulla procrastinazione mostra che il rimandare è regolazione emotiva: si evita ciò che fa paura, ciò che potrebbe fallire, ciò che espone. L’abitudine è individuare una cosa specifica che si sta rimandando e fare, in tempi brevi, un passo — anche piccolo, anche imperfetto.

Una festa collettiva che inizia da sé

L’8 marzo ha una caratteristica che nessuna altra ricorrenza ha: è una data che riguarda metà del mondo, ma che chiede a ciascuna di posizionarsi in prima persona. Non si può delegare, non si può vivere in modo puramente passivo. Anche ignorarla è una posizione.

Ed è forse proprio questo il suo valore residuo e dunque il fatto che ogni anno, volenti o nolenti, costringa a fare i conti con una domanda che non è mai del tutto risolta: cosa vuol dire, oggi, stare bene come donna?

Ed è una domanda che si aggiusta continuamente — con le persone intorno, con i cambiamenti culturali, con quello che si scopre di sé nel tempo. L’8 marzo non ha mai avuto la risposta. Ha sempre avuto, semmai, il merito di tenere viva la domanda.

Questo articolo è stato realizzato dalla redazione di Femina in collaborazione con Acqua & Sapone, il più grande gruppo retail italiano dedicato alla cura della persona e della casa, presente in oltre 950 punti vendita sul territorio nazionale. Un brand che unisce qualità, convenienza e attenzione alle comunità locali, promuovendo inoltre iniziative sociali.

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