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Ritorno a scuola e le chat di classe

Settembre ha un odore preciso: quaderni nuovi, copertine colorate, temperini che inevitabilmente finiranno dispersi entro la seconda settimana e l’ansia delle mamme, ma anche dei papà, sebbene più silenziosa.

Il ritorno a scuola, tanto atteso momento che riaccende le chat di classe

È il mese del ritorno a scuola e, insieme allo zaino più grande di un trolley da viaggio, c’è un’altra compagna di percorso che si riaffaccia puntuale come le zanzare: la chat di classe.

La chat di classe e le notifiche perdute

Ah, la chat di classe: quel luogo digitale che nasce con il nobile intento di “coordinare”, di “comunicare velocemente” e che, invece, diventa in pochi giorni un’arena di micro-conflitti, annunci dell’ultimo minuto, catene di messaggi e richieste di fotocopie come se si trattasse di reperire un documento segreto del KGB.

C’è sempre chi scrive: “Scusate, qualcuno ha la foto del foglio che ci hanno dato oggi?”. E subito parte la processione di immagini sfocate, angolate, ritagliate: un mosaico di carta stropicciata in cui decifrare orari, firme e comunicazioni scolastiche diventa una caccia al tesoro. Poi c’è chi domanda: “Quando si porta il materiale di arte?”. E il materiale di arte, lo sappiamo, è la nuova frontiera dell’Accademia di Belle Arti: cartoncini, colla vinilica, pennelli numero 2, 6 e 12, matite acquerellabili da 24 e possibilmente una bacchetta magica per trasformare tutto in un capolavoro degno della Biennale.

Ma la chat di classe non è solo organizzazione, è, soprattutto, specchio della società, perché lì, tra un messaggio e l’altro, si leggono le ansie, le paure, le ambizioni e, talvolta, la voglia di primeggiare. C’è chi scrive con tono militare, scandendo direttive come se si trattasse di una riunione d’azienda; chi lancia cuoricini, fiori e pollici in su per ogni comunicazione, trasformando la bacheca in un giardino emotivo; chi tace per mesi e poi riappare con un messaggio chilometrico che nessuno ha il coraggio di leggere fino in fondo. Eppure, all’interno di quel vortice di notifiche, c’è qualcosa che parla di noi, della nostra difficoltà a lasciare andare: i figli crescono, ma noi abbiamo ancora bisogno di controllare, di sapere, di anticipare ogni imprevisto.

La chat diventa allora un cordone ombelicale digitale, un modo per sentirci “presenti” anche quando non siamo lì, davanti al banco o al corridoio della scuola.

Ci sono poi le discussioni infinite: compiti si o compiti no durante il weekend, feste di compleanno collettive o individuali, regali di Natale agli insegnanti con annesso dibattito sulla quota: 5 euro bastano o, meglio, 10?

Una piccola democrazia diretta che, in realtà, nasconde dinamiche antiche: il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, la paura di essere giudicati, la competizione sottile che si insinua anche tra adulti.

Leggerezza o tribunale?

E allora penso: forse la vera sfida del ritorno a scuola non è tanto preparare lo zaino, quanto imparare a gestire la chat di classe con leggerezza, senza trasformarla in un tribunale, senza viverla come una guerra di posizione. Concedendoci il lusso del silenzio, ogni tanto, perché sì, si può leggere un messaggio e non rispondere subito; si può decidere di non intervenire in ogni dibattito. Si può persino silenziare la chat (lo so, è un atto rivoluzionario, ma salva la sanità mentale).

Settembre, allora, non è solo il mese dei quaderni e delle matite nuove, è il mese in cui possiamo ricordarci che crescere significa anche dare fiducia ai nostri figli, agli insegnati, e, perché no, anche a noi stesse. E che la chat di classe, alla fine, è solo un contorno rumoroso, a volte fastidioso, ma pur sempre un segnale che non siamo sole in questo viaggio.

Magari, tra un “Buongiorno a tutte/i” e una foto dell’avviso, possiamo anche riderci su, perché la vita, come la chat, scorre meglio se impariamo a non prenderla troppo sul serio.

Elisabetta Pieragostini

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