
C’è un dato che dovrebbe farci fermare un attimo, senza fare polemica, ma per riflettere. Secondo il report State of the Global Workplace di Gallup, ripreso anche da Adnkronos, l’Italia si colloca tra i Paesi europei con i lavoratori meno coinvolti e più insoddisfatti. Un risultato che ci porta sul podio di una classifica che nessuno vorrebbe vincere: quella dell’infelicità al lavoro.
Da imprenditrice mi sono chiesta quale sia il vero significato di questi numeri perché dietro ogni statistica c’è una persona
C’è qualcuno che ogni mattina entra in azienda, in ufficio, in negozio o in fabbrica e che forse non si sente parte di ciò che sta facendo. Il dato che fa più rumore è che solo il 10% si sente davvero coinvolto. Gallup misura ogni anno l’employee engagement, cioè il grado di coinvolgimento emotivo delle persone nel proprio lavoro e qui arriva il primo campanello d’allarme, pensate che in Europa la media dei lavoratori realmente coinvolti è del 13%, mentre in Italia scende al 10%. Ciò significa che nove lavoratori su dieci svolgono il proprio lavoro senza sentirsi realmente partecipi, motivati o connessi alla missione dell’organizzazione, è un dato impressionante, perché vuol dire che moltissime persone fanno ciò che devono fare, ma senza entusiasmo, senza energia aggiuntiva, senza quel senso di appartenenza che trasforma un posto di lavoro in un progetto condiviso.
Andando avanti nel report vediamo che lo stress riguarda più di un lavoratore su due, questo perché se il coinvolgimento è basso, le emozioni raccontano una storia ancora più complessa. Secondo Gallup, il 51% dei lavoratori italiani ha dichiarato di aver provato molto stress il giorno precedente all’intervista, la media europea è del 39%, mentre quella globale del 40%. In altre parole, in Italia un lavoratore su due vive quotidianamente livelli elevati di stress. Non è un dato da sottovalutare e ci fa capire che lo stress cronico non impatta soltanto sul benessere individuale, ma influisce sulla produttività, sulla capacità decisionale, sulla qualità delle relazioni, sulla creatività e persino sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Gallup analizza anche le emozioni vissute dai lavoratori e i dati italiani mostrano che:
- il 22% ha sperimentato tristezza durante il giorno precedente;
- l’11% ha provato rabbia;
- il 14% ha dichiarato di sentirsi solo.
Numeri che non descrivono semplicemente il lavoro ma descrivono persone che trascorrono gran parte della loro vita all’interno delle organizzazioni, e quando il disagio emotivo entra nei luoghi di lavoro, inevitabilmente esce anche fuori, nelle famiglie, nelle relazioni e nella società.
Eppure, esiste un dato apparentemente contraddittorio: il 51% dei lavoratori italiani dichiara di considerare positiva la propria vita nel complesso, un valore addirittura superiore alla media europea del 49% e molto superiore alla media mondiale del 34%. Come è possibile? Forse perché gli italiani hanno imparato a cercare il proprio benessere altrove, nella famiglia, negli amici, negli affetti e nelle passioni. Come se il lavoro fosse diventato una dimensione da sopportare piuttosto che uno spazio in cui realizzarsi.
Ma possiamo davvero permettercelo?
Passiamo al lavoro oltre un terzo della nostra vita adulta e se quel tempo è vissuto con distacco o malessere, il costo umano diventa enorme.
Da anni sentiamo ripetere la stessa frase: “I giovani non hanno voglia di lavorare.” I dati raccontano qualcosa di diverso: le persone non stanno rifiutando il lavoro ma non vogliono contesti che non offrono prospettive, ascolto, crescita e riconoscimento. Quando manca il senso del proprio contributo, la motivazione si spegne, se viene meno la fiducia, cresce il disimpegno. Se non esiste una leadership credibile, aumenta la distanza tra persone e organizzazioni.
Uno degli aspetti più interessanti del report Gallup riguarda proprio i manager. A livello mondiale il coinvolgimento manageriale è passato dal 30% al 27%, può sembrare poco, in realtà è un segnale fortissimo. Gallup evidenzia da anni che circa il 70% dell’engagement di un team dipende direttamente dal proprio responsabile. Se i manager sono stanchi, sotto pressione o demotivati, il problema inevitabilmente si trasferisce a cascata su tutta l’organizzazione, per questo oggi parlare di benessere aziendale significa anche parlare di leadership capace di ascoltare, comunicare, dare senso e costruire fiducia.
Spesso pensiamo che il benessere sia una questione etica, sicuramente lo è, ma è anche una questione economica
Gallup stima che il calo dell’engagement globale abbia generato una perdita di produttività pari a circa 438 miliardi di dollari nel report 2025 e addirittura 10 trilioni di dollari nelle rilevazioni più recenti.
Quando le persone smettono di credere in ciò che fanno, diminuiscono innovazione, produttività, qualità del servizio e capacità competitiva delle organizzazioni. Le nostre organizzazioni stanno davvero creando le condizioni perché le persone possano sentirsi parte di qualcosa? Perché il coinvolgimento nasce dal rispetto, dalla fiducia, dall’ascolto, dalla possibilità di crescere e dalla percezione che il proprio lavoro abbia un significato.
È proprio qui che si gioca la sfida dei prossimi anni, sulla capacità di restituire senso al lavoro, perché nessuna innovazione sarà davvero sostenibile se le persone che dovrebbero renderla possibile continuano a sentirsi sempre più lontane da ciò che fanno.
Elisabetta Pieragostini





