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40 anni: il momento in cui qualcosa cambia, anche se non sai dire cosa 

Avete presente quel momento in cui guardate il nuovo set di padelle antiaderenti con affetto incondizionato o quando la prospettiva di un sabato sera a sistemare il cassetto dei calzini vi sembra più accattivante di un rave a Berlino nel 2004? A me succede con gli ammorbidenti. Una cosa simile a quella che in neurologia forse viene associata a stimoli positivi che provocano un piacere intenso. 

Non stiamo impazzendo e non è colpa del collagene che non stiamo integrando.

La chiameremo amica

Abbiamo più o meno tutte un’amica che a cavallo dei quarant’anni, senza preavviso e senza apparente motivo, ha smesso di riuscire a stare ferma. Ogni cosa che aveva costruito con cura, gli studi, il lavoro, la casa, il modo di stare nel mondo, aveva cominciato a sembrarle un vestito della taglia giusta indossato dalla persona sbagliata. Si sentiva benissimo, per inciso. Stava bene davvero. Era solo che il benissimo aveva iniziato a suonarle falso, come una nota leggermente stonata in un pezzo che conosceva a memoria.

Non riusciva a spiegarlo. Provava a farlo con le amiche, col partner, con sé stessa alle tre di notte e la cosa più vicina a quello che sentiva che riusciva a dire era: non so cosa voglio. Che è una frase che suona come un capriccio ma che in realtà è una delle cose più coraggiose che si possano ammettere ad alta voce.

Non sapeva che c’era un nome per quello che stava attraversando. Non una crisi, non una fase, non il segnale che doveva cambiare lavoro o fidanzato o città. C’era un nome preciso, elaborato da un tizio svizzero hipster con la barba e gli occhiali tondi che nel 1928 scrisse, con la flemma degli analisti, che intorno ai quarant’anni la psiche umana attraversa una trasformazione strutturale obbligatoria. Come a dire: preparati, non è negoziabile.

L’hipsterone si chiamava Carl Gustav Jung.

Il pomeriggio della vita e perché nessuno te lo dice

Jung divideva la vita in due metà con un’immagine bellissima: la mattina e il pomeriggio.

La mattina, diciamo fino ai quaranta anni, è il tempo della costruzione. Impariamo chi siamo, o meglio, impariamo chi funzioniamo a essere. Costruiamo un’identità che possa reggere agli urti, che convinca il mondo, che ci permetta di sopravvivere e magari anche di prosperare. Ci alleniamo a essere qualcuno. Qualcuno coerente, possibilmente. Qualcuno con un piano.

E lo facciamo bene. Ci mettiamo tutto quello che abbiamo. Perché la mattina della vita è esigente, richiede adattamento continuo, richiede che impariamo a essere la versione di noi che funziona nel contesto in cui ci troviamo, in famiglia, a scuola, al lavoro, nelle relazioni. Impariamo a presentarci. Impariamo a essere credibili. Impariamo, soprattutto, a non fare troppo rumore con le parti di noi che non si addicono all’immagine che stiamo costruendo.

Il pomeriggio comincia quando quella costruzione è finita. E qui sta il paradosso che nessuno ci spiega mai, né la scuola, né le riviste, nemmeno le persone che ci vogliono bene. Il pomeriggio non arriva perché abbiamo fallito, inizia esattamente quando abbiamo fatto, dignitosamente, quello che dovevamo fare. Proprio in quel momento di relativa quiete, qualcosa dentro di noi alza la mano e ci domanda: ma questo era davvero quello che volevamo?

Non è ingratitudine. Non è instabilità. È il pomeriggio che comincia. E il pomeriggio, a differenza della mattina, non ci chiede di costruire. Ci chiede di guardare. Forse come nel meriggiare pallido e assorto di Montale? 

L’ombra e la parte di te che hai lasciato fuori dalla porta

Jung aveva un concetto che amava molto: l’Ombra. Non è qualcosa di oscuro o di cattivo. Non è la nostra parte peggiore. È semplicemente tutto ciò che abbiamo escluso dalla nostra identità ufficiale perché non si addiceva all’immagine che volevamo o dovevamo dare.

La brava bambina che non ha mai alzato la voce per non fare casino. La donna che ha imparato ad ammorbidire le sue idee prima di dirle ad alta voce, per non sembrare troppo. La ragazza che aveva un talento strano e prezioso e che ha deciso, a un certo punto, che era più sicuro tenerlo per sé non fosse altro per non doversi poi difendere se non fosse andata bene. La persona ambiziosa che si è detta che no, il potere non le interessava, perché l’ambizione nelle donne ha ancora il fastidioso problema di essere letta come difetto.

Tutto quello finisce nell’Ombra. Non sparisce. Si siede in un angolo, pazientemente, come una gatta offesa che aspetta di essere interpellata. E intanto osserva. E intanto accumula.

A quarant’anni, l’Ombra smette di aspettare. Torna. Non bussa educatamente, si manifesta come un’irrequietezza che non riusciamo a nominare, come una noia improvvisa per cose che ci piacevano, come un sogno ricorrente che non capiamo ma che non riusciamo a toglierci dalla testa, come la sensazione netta che stiamo recitando una parte che conosciamo a memoria ma che non abbiamo mai scelto davvero.

Non è una patologia. È un messaggio. E come tutti i messaggi ignorati a lungo, quando arriva, arriva forte.

Non è una crisi. È una convocazione

Il problema dell’espressione “crisi di mezza età” è che è diventata una caricatura. Una narrazione perlopiù maschile, tra l’altro, come se le donne fossero troppo impegnate con tutto il resto per permettersi il lusso di un crollo esistenziale con una sua dignità narrativa. Le donne a quarant’anni cambiano look, al massimo. O fanno un ritiro yoga. O iniziano la terapia e non lo dicono a tutti. O, ancora, devono cercare di non mandare a raccogliere fiori di campo a tutte quelle che “Ma tu il tempo per questi pensieri lo hai? Io no, devo pensare ai figli, al lavoro, alla famiglia, alla casa”, perché evolversi è uno sfizio concesso alle nullafacenti.

Jung la vedeva diversamente. Non la chiamava crisi: la chiamava individuazione. Il processo con cui una persona smette di essere la somma delle aspettative degli altri e comincia, finalmente, a essere sé stessa. Un processo rumoroso, scomodo, che ti chiede di guardare in faccia cose che hai evitato con grande perizia per anni. Ma che ha una direzione. E quella direzione non è verso il basso.

C’è una differenza enorme, e spesso invisibile, tra una persona funzionale e una persona intera. La prima fa quello che deve e lo fa anche bene, spesso benissimo. Sa stare in piedi. Sa essere affidabile. Sa non deludere. La seconda fa anche quello che è. I quarant’anni, secondo Jung, sono il momento in cui quella differenza smette di essere teorica e diventa urgente. In cui il corpo, i sogni, le relazioni e quella voce piccola che abbiamo sempre zittito iniziano a fare casino tutti insieme, finché non li ascoltiamo.

Cosa ci chiede, concretamente

Non ci chiede di lasciare tutto. Non ci chiede di diventare un’altra persona, di trasferirci in un’isola calda d’inverno, di aprire un negozio di ceramiche artigianali, di splendere, di brillare o qualsiasi altra cosa abbia deciso di rappresentare il coraggio sui social. Ci chiede qualcosa di più difficile e di più preciso: di fare spazio.

Di riesaminare, anche senza troppa gentilezza verso noi stesse, quali delle nostre certezze erano davvero nostre e quali erano solo abitudini diventate così rigide da sembrare identità. Ci chiede di riprendere in mano quella parte di noi che avevamo messo da parte non perché non valesse, ma perché il momento non era mai quello giusto, le circostanze non erano mai quelle giuste, e rimandare era diventato più confortante che agire.

Ci chiede di ascoltare quel desiderio che abbiamo rimandato talmente tante volte da averlo quasi convinto che non esisteva. Di smettere di chiedere permesso per le cose che sentiamo più nostre. Di essere un po’ meno brave e un po’ più oneste. Soprattutto con noi stesse.

E sì, fa paura. Perché smontare anche solo una parte di quello che abbiamo costruito con tanto impegno sembra pericoloso, sembra che rischiamo di perdere tutto, di deludere, di diventare inaffidabili. Ma Jung direbbe che il vero rischio è l’opposto: arrivare a sessant’anni con una vita impeccabile che non ci assomiglia. Una vita che abbiamo curato come una pianta da appartamento in salute, in ordine, in bella mostra ma che non ha mai messo radici nel terreno giusto.

Il lato tenero, che di solito non viene raccontato

Cos’è consolante, in tutto questo? L’idea che il disagio che sentiamo, quella leggera estraneità, quella domanda senza parole, che quel qualcosa di importante che sta chiedendo attenzione non sia un segnale che siamo rotte o ingrate o instabili. È invece il segnale che stiamo diventando più vere. Che la nostra psiche è abbastanza sana da spingere verso la superficie quello che abbiamo tenuto sotto.

Rincuora sapere che ci sia una logica in quello che stiamo attraversando. Che non siamo le uniche. Che non siamo in ritardo. Che non stiamo esagerando.

Lo so che sembra strano trovare conforto in un processo che suona come una ristrutturazione totale dell’anima. Ma c’è qualcosa di bello in mezzo a tutti quei calcinacci, davvero, nell’idea che la vita non sia finita a quarant’anni e che in realtà, in un certo senso, stia cominciando di nuovo. Non da zero. Da più in profondità, perché abbiamo più strumenti, più punti di vista, più lungimiranza e più benevolenza verso noi stesse.

Stiamo facendo il pomeriggio. E il pomeriggio, a saperlo leggere, è la parte poetica della giornata. Quella in cui ci sediamo finalmente, in cui abbiamo abbastanza storia alle spalle da capire cosa ne vogliamo fare. È un tempo che non chiede di correre ma di restare. La luce si fa obliqua, accarezza le cose invece di investirle, e anche i pensieri trovano un ritmo più lento, più umano.

Nel pomeriggio le urgenze si sciolgono, perdono il loro tono imperativo, e lasciano spazio a una specie di ascolto. È il momento in cui le domande smettono di essere affamate e diventano fertili, in cui possiamo permetterci il lusso di una pausa che non è vuota, ma piena di possibilità.

Jung aveva quarantadue anni quando visse il suo personale collasso. Anni di sogni intensissimi, di visioni che non sapeva come interpretare, di una crisi che uno psichiatra e psicoanalista della sua fama aveva tutti i motivi professionali per nascondere o razionalizzare. Invece decise di attraversarla. Si sedette dentro il disagio e lo guardò.

Forse è questo il vero lavoro dei quarant’anni. Non trovare le risposte. Non avere tutto chiaro. Non sapere dove stiamo andando. Ma trovare il coraggio di stare con le domande abbastanza a lungo da capire cosa stanno cercando di dirti.

La nostra amica irrequieta, quella del vestito giusto indossato dalla persona sbagliata, probabilmente lo sa già. Anche se non ha ancora le parole per dirlo. Come tutte noi.

Buon pomeriggio, amiche mie.

Anna Le Rose

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