
Leggendo e scorrendo le storie su Instagram mi è venuta un’idea per conservare l’anno, tutto: il buono, il cattivo e anche quello che non si racconta al pranzo di Natale.
Anche la gelosia, la stanchezza. Anche quella sera che avete pianto senza sapere bene perché. Fine anno è il momento di fare l’inventario emotivo, con onestà, con grazia e, possibilmente, con un barattolo di vetro.
Saltiamo indietro di qualche anno
Ricordate quando sui social è andato virale il barattolo dei ricordi? L’idea era semplice: un barattolo di vetro sul comodino, qualche foglietto colorato e ogni giorno scrivevi qualcosa di bello che ti era capitato, anche una cosa minuscola tipo che avevi mangiato la pizza senza sentirti in colpa. Piegavi il foglietto e lo mettevi nel barattolo. A fine anno aprivi il barattolo e piangevi di gratitudine scrivendo su Instagram che la vita è bella postando una foto soft beige.
Bellissimo, per carità. Ma parziale. Perché la vita, quella vera, quella che fa cigolare i cardini e che necessita di Svitol, non è fatta solo di buoni sentimenti e post riusciti. E noi lo sappiamo benissimo.
Allora quest’anno proviamo a fare una cosa diversa. Anche ad anno iniziato, se volete. Prendiamo un barattolo, uno qualunque, anche quello del ragù avanzato va bene, non è un’installazione artistica, e ci mettiamo dentro tutto. Proprio tutto. Emozioni scomode incluse. Anzi, quelle per prime.
Un anno è un affare complesso. Merita di essere ricordato con la stessa complessità con cui è stato vissuto
Cosa mettere nel barattolo? Proviamo a fare una lista poco convenzionale ma onesta di questa conserva di vita.
Gioie piccole e precise
Non “Sono felice” e stop, piuttosto “Oggi mi sono sentita felice perché sono riuscita a farmi da sola le onde ai capelli proprio come mi piacciono”.
La rabbia che ti ha fatto bene
Quella che hai finalmente detto ad alta voce, che hai liberato ma anche quella che ti sei tenuta e ti ha insegnato qualcosa su dove sono i tuoi confini. A volte scoprire confini fa anche scorgere meglio gli orizzonti.
Un momento di gelosia onesta
Sì, anche quella. Non sei una persona terribile: sei una persona. La gelosia dice sempre qualcosa di ciò che desideriamo davvero e, se lavoriamo sull’equilibrio, ci permette di imparare la sacra arte della gestione del neurone.
La paura che hai ignorato e quella che non sei riuscita a ignorare
Conservale entrambe. Sono entrambe tue e sono preziose.
Una delusione che ti ha cambiata
Le delusioni sono correttori di traiettoria. Non sono belle, ma sono utili. E spesso arrivano dalle persone o dalle aspettative a cui tenevamo davvero.
Quella cosa di cui sei segretamente orgogliosa
Non il grande traguardo annunciato su LinkedIn. Quella piccola cosa silenziosa che sai solo tu.
La malinconia senza motivo
Quella domenica pomeriggio. Anche lei ha diritto di stare nel barattolo. Era tua, fa parte dell’anno, fa parte di te. La malinconia non va scacciata, va abbracciata.
Una conversazione che non dimenticherai
Può essere stata una litigata, una risata che non riusciva a smettere o tre righe di messaggio alle due di notte che hanno cambiato la prospettiva.
La felicità quando attorno c’è sofferenza
Non sentirti in difetto, la felicità non è una colpa, vivila. Una gita, un viaggio, un momento di serenità che ti stai godendo non dovrebbero far star male nessuno e se succede il problema non è la tua felicità ma la vera causa della sofferenza altrui. Sposta il punto di vista.
(Si accompagna all’emozione qui sopra) Il senso di colpa per la leggerezza
C’è sempre qualcosa che non va: una notizia, una preoccupazione, un conto, un dolore altrui. Per questo quando ci capita una giornata leggera spesso la viviamo come se stessimo facendo qualcosa di sconveniente. Ridiamo e pensiamo: è troppo. Ci rilassiamo e pensiamo: non dovrei. Come se stare bene richiedesse autorizzazioni morali. Molte donne abbassano la propria felicità per pudore, come si abbassa la musica davanti a una chiesa.
Solo che il dolore del prossimo non diminuisce se spegniamo la nostra felicità. È un gran lavoro su noi stesse, ma va fatto.
Potrei continuare per oltre trecentosessantacinque emozioni e non vorrei trasformare questo pezzo in una seduta di psicoterapia fai-da-te.
Quello che vorrei sottolineare è che le emozioni scomode, la gelosia, la stanchezza cronica, il senso di non bastare mai, la tristezza a bassa intensità che ci portiamo in giro come un cappotto troppo pesante, sono altrettanto reali, altrettanto nostre, altrettanto degne di memoria delle gioie fotogeniche.
C’è qualcosa di salvifico nel riconoscerle. E qualcosa di liberatorio nel chiuderle dentro un barattolo di vetro e dirsi: c’eri. Ti ho visto. Grazie per avermi detto qualcosa di me.
Le emozioni difficili non sono difetti del carattere. Sono il vocabolario con cui la vita ci parla di noi stesse
Come si fa, concretamente?
Nessuno strumento speciale. Un barattolo, grande, perché l’anno è lungo. Foglietti di carta, una penna e la regola ferrea di non rileggere durante l’anno: il barattolo si apre solo a dicembre.
Scrivete una riga, due al massimo. Non un saggio. “Oggi ero talmente stanca che ho pianto in macchina prima di entrare in casa” vale esattamente quanto “Oggi sono felice perché ho corso i dieci chilometri più belli della mia vita“. Entrambe le emozioni sono successe. Entrambe hanno lasciato un segno.
Ricordate la specificità. Non “Ho avuto un periodo difficile“, ma “Oggi ho chiesto troppo a me stessa, non posso lavorare 14 ore”. I dettagli concreti sono quelli che, riletti a distanza, fanno l’effetto di uno specchio: riconoscersi, con tenerezza, nella persona che eravamo nove mesi fa.
Anche la tristezza merita di essere conservata
Viviamo in un’epoca che ci chiede di essere resilienti, grate, positive, presenti, ottimizzate. Il mercato del benessere si fonda principalmente sulla promessa di aiutarci a stare meglio, cioè a non stare male. Come se stare male fosse un errore di configurazione.
Ma la tristezza, la frustrazione, il senso di perdita, l’ansia delle tre di notte non sono segnali che qualcosa in noi è rotto. Sono segnali che siamo vive, che ci importa, che stiamo cercando qualcosa.
Il barattolo delle emozioni è un piccolo atto di gentilezza verso noi stesse: l’ammissione che tutto questo, anche il difficile, il triste, il malconcio e il mal vestito è stato degno di essere vissuto.
E allora buon barattolo, amiche. Metteteci dentro tutto quello che siete state quest’anno, la versione elegante e quella scalcagnata, quella coraggiosa e quella che ha rimandato, quella ligia ai diecimila passi e quella che proprio oggi no, quella che non deve sentirsi obbligata a splendere e brillare come un ordigno della Seconda guerra mondiale e quella che si sente fighissima.
Sigillatelo bene.
A dicembre lo riaprirete e vi ritroverete: intere, complicate, irripetibili. Come dev’essere.
Un abbraccio.
Anna Le Rose





