Ascolta la radio Ascolta
la radio

Capodanno a Crans-Montana. Il fuoco non era una fatalità

Era Capodanno, il momento tanto atteso dai giovani, la fine dell’anno che ci saluta e dà il benvenuto all’anno nuovo. C’erano dei ragazzi giovani che avevano scelto di festeggiare l’anno nuovo, insieme in uno storico locale, solo questo. Erano vestiti bene, erano felici di andare a divertirsi, con quella voglia di vita che appartiene a chi pensa, giustamente, che il futuro sia una promessa, non un rischio.

E invece no: a Crans-Montana, nella notte che dovrebbe segnare un inizio, è arrivata la fine

Oltre quaranta morti, bruciati, soffocati, intrappolati in un locale che non avrebbe mai dovuto essere aperto in quelle condizioni. Un locale che non era sicuro, che non proteggeva. Un locale che qualcuno aveva deciso che “andava bene così”.

Quei ragazzi erano innocenti, perché non avevano fatto nulla di sbagliato e avevano il diritto di ballare, brindare, vivere. Erano innocenti perché non è mai colpa di chi entra in un locale se le uscite di sicurezza sono poche, se i materiali sono infiammabili, se i controlli sono mancati o sono stati finti.

Eppure, come sempre, dopo le stragi arriva il coro più insopportabile: “è stata una tragedia”.

Non è stata fatalità, è stata una responsabilità mancata

È stata una catena di scelte sbagliate fatte da adulti, da chi doveva vigilare, controllare, impedire che succedesse una strage. Ma c’è chi ha preferito chiudere un occhio, rimandare un intervento, firmare un’autorizzazione, pensare a guadagnare il più possibile.

Il fuoco non è mai solo fuoco, esso diventa strage quando incontra porte chiuse, uscite bloccate, norme ignorate, interessi economici messi davanti alla sicurezza, e quando muoiono dei giovani così, la colpa non è del destino: è di chi aveva il potere di prevenire. Gli adulti sono sempre loro quelli che decidono, autorizzano, certificano, quelli che sanno, perché sanno, ma scelgono comunque di non fare abbastanza. C’è una violenza silenziosa in queste tragedie: è l’idea che la vita dei ragazzi sia sacrificabile, che “tanto sono giovani”, che “tanto è andata così”.

No, non è andata così, è stata lasciata andare così, perché ogni locale insicuro aperto è una roulette russa; ogni controllo saltato è una scommessa fatta sulla pelle degli altri, e quando perdi, a pagare non sei tu: sono loro, i ragazzi, le famiglie, una comunità intera.

Crans-Montana non è solo un luogo

È la prova che la sicurezza non è un optional, è la dimostrazione che la superficialità degli adulti uccide quanto il fuoco se non peggio. Ricordare quella notte non serve a reiterare il dolore, ma a rifiutare l’oblio perché dimenticare è il primo passo per ripetere. E perché quei ragazzi non devono essere ricordati come vittime di un incendio, ma come vittime di un sistema che non li ha protetti, come vittime dell’irresponsabilità degli adulti. Loro avevano diritto alla vita, avevano diritto al futuro. E noi abbiamo il dovere, ancora oggi, di non chiamare fatalità ciò che è stato, chiaramente, una colpa.

Dopo la strage c’è una seconda fase, come se questo non bastasse, un altro livello di violenza che è quello dei commenti superficiali, ignoranti, colpevolizzanti. Quelli che arrivano puntuali come un riflesso condizionato: “invece di scappare filmavano col cellulare”. Ed è qui che gli adulti, ancora una volta, falliscono, perché prima di parlare bisognerebbe sapere; prima di giudicare bisognerebbe studiare; prima di accusare dei ragazzi morti bisognerebbe, almeno, avere il pudore del silenzio.

Esiste una cosa che si chiama freezing, e non è una moda, non è una scusa, non è debolezza: è una risposta neurobiologica al pericolo, di fronte a un evento improvviso, violento, ingestibile, il cervello può reagire in tre modi: fuga, attacco o blocco. Il blocco. Il congelamento. Il freezing. Il freezing non è una scelta, è il cervello che va in cortocircuito, che non riesce a elaborare cosa sta succedendo, che resta agganciato a un gesto automatico. E per una generazione cresciuta con uno smartphone in mano, quel gesto è spesso accendere una videocamera; non per superficialità, perché il cervello cerca un appiglio, un’illusione di controllo. Dire “filmavano invece di scappare” significa non capire nulla del trauma, significa parlare da una posizione di sicurezza, dal divano di casa, con il senno di poi; significa, ancora una volta, spostare la colpa dalle responsabilità strutturali al comportamento delle vittime. Ed è un meccanismo tipicamente adulto, un meccanismo vigliacco, perché è più facile accusare un ragazzo in panico che ammettere che un locale non era sicuro. È più semplice criticare una reazione istintiva che chiedere conto a chi doveva garantire uscite di sicurezza, materiali ignifughi, capienza adeguata, controlli veri. È più comodo dire “non hanno reagito bene” piuttosto che dire “noi adulti abbiamo sbagliato tutto”.

La verità è che i ragazzi non dovevano essere messi nelle condizioni di dover reagire a un incendio, punto. La prevenzione serve esattamente a questo: a evitare che la vita diventi una prova di sopravvivenza. La responsabilità degli adulti è totale, è di chi gestisce i locali, è di chi firma le autorizzazioni, è di chi deve controllare, è di chi considera la sicurezza una formalità e non un valore. Ed è anche di chi, dopo, usa parole violente per giudicare chi non può più difendersi, perché c’è un’altra cosa che gli adulti dovrebbero fare: proteggere anche la memoria dei ragazzi, non infangarli, non renderli colpevoli della propria morte.

Questa strage non è il risultato di comportamenti sbagliati dei giovani, è il risultato di un sistema adulto che non ha funzionato, e che, invece di assumersi la colpa, preferisce puntare il dito verso il basso. Ma la responsabilità non si scarica sui più deboli, mai, e se davvero vogliamo onorare quei ragazzi, dobbiamo smettere di giudicarli e iniziare a guardarci allo specchio, perché il vero freezing, quello più pericoloso, è quello degli adulti davanti alle proprie responsabilità.

Elisabetta Pieragostini

Partecipa alla discussione

Condividi sui tuoi social

Restiamo connessi

Resta sempre aggiornato sulle novità di Fémina Mag e Radio FM1 ascoltando la nostra musica su tutte le tue piattaforme preferite. Clicca sulle icone qui sotto per seguirci su Spotify, Instagram, Facebook e YouTube!

Articoli consigliati