Chiudete i libri, aprite gli occhi: così si racconta un mondo che non è il vostro
Clelia Di Briggido ha imparato a recitare a Rio de Janeiro, sotto la guida di Maria Clara Machado, prima di trasferirsi in Italia e diventare regista e fondatrice del festival Corti al Castello. Da allora osserva, scrive e dirige storie che nascono sempre nello stesso punto: la distanza tra il luogo in cui si nasce e quello che si sceglie di chiamare casa.
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Diz Ritmia – spettacolo creato dal gruppo. 1981
C'è un filo sottile che attraversa la vita
e il cinema
di Clelia Di Briggido, quello di chi ha imparato molto presto che raccontare storie significa prima di tutto abitare la distanza. Distanza tra sé e il personaggio, tra il paese in cui si è nati e quello in cui si sceglie di vivere, tra la grande città e il borgo silenzioso dove si decide di mettere radici. Un percorso che non segue le rotte convenzionali del cinema, ma le sue, fatte di corti pluripremiati in tutto il mondo, di una macchina da presa puntata sulle reazioni umane, su quegli istanti in cui le persone si rivelano senza volerlo.
Dalle origini teatrali a Rio alle scelte di vita in Italia, dal momento in cui decide di passare dall’altra parte della macchina da presa fino al festival che porta il cinema d’autore in una piazza medievale delle Marche. Il fil rouge che lega tutto è quello dell’appartenenza: come si costruisce un linguaggio artistico personale quando si è sempre, in qualche misura, tra due mondi.
Ph Ilaria Franchini
Annavespa
Una ragazza è intrappolata tra dolore e colpa, finché non scopre che la vecchia Vespa di suo padre custodisce la chiave per ricostruire il loro legame. Annavespa, scritto e diretto da Clelia Di Briggido — che ne firma anche il ruolo della Madre — racconta il rapporto tra un padre e una figlia attraverso un oggetto carico di memoria, in un equilibrio sottile tra perdita e riconciliazione. Finalizzato a gennaio 2022, il cortometraggio ha conquistato 19 premi nel solo primo anno di festival in tutto il mondo, da Stoccolma a Tokyo, fino al Long Island International Film Expo. Il 21 marzo 2025 è tornato lì dove tutto, per Clelia, è cominciato: una proiezione al cineclub del Teatro O Tablado di Rio de Janeiro. Un cerchio che si chiude, e insieme una storia che continua a viaggiare.
chiudete i libri e aprite gli occhi
Le origini e la vocazione
Ha mosso i suoi primissimi passi sul palco giovanissima, al Teatro Tablado di Rio de Janeiro, sotto la guida di Maria Clara Machado, una delle voci più importanti della drammaturgia brasiliana per l’infanzia. Cosa rimane in lei di quella scuola? C’è qualcosa di quel metodo, di quella visione del teatro, che ancora abita il suo lavoro di oggi?
Maria Clara Machado era una fantastica autrice di testi teatrali per bambini, oltre ad essere attrice, Regista e Fondatrice del Teatro Tablado, che ha la tradizione di presentare le sue pièce. Per questo motivo il teatro è collegato all’infanzia, ma sul cartellone passano spettacoli anche per adulti e i corsi sono rivolti a chi vuole imparare il mestiere di attore/attrice, sia di spettacoli per bambini che per adulti. Tutto ciò che ho imparato lì al Tablado mi è rimasto per sempre.
I primi passi sul palcoscenico: non sapevo neanche come camminarci, e Maria Clara mi ha subito corretto: “non puoi camminare sul palcoscenico come cammini per strada. Devi stare attenta alla postura, sei sul palcoscenico! Inoltre devi sapere come cammina il personaggio che vuoi interpretare”, e anche “chiudete i libri e aprite gli occhi“. Non ci stava dicendo di non leggere, non studiare, ma ci stava dicendo di osservare il mondo. Osservare le persone per strada racconta molto: ognuno ha una storia che non conosciamo, ma possiamo immaginare, possiamo percepire o inventare a partire dalla gestualità, dallo sguardo, dall’espressione, come la persona cammina, come sorride, come guarda, come mangia.
Al Teatro Tablado, oltre ad imparare a osservare, ho imparato l’improvvisazione. Come improvvisare sul palcoscenico ma anche nella vita. Molte volte, davanti a situazioni inaspettate, dobbiamo improvvisare, cogliere l’attimo e rispondere nel tempo giusto. Bisogna avere creatività, sul palcoscenico, sullo schermo ma anche nella vita.
In Brasile ha lavorato con grandi nomi del cinema come Nelson Pereira dos Santos e Walter Lima Junior, poi ha scelto di spostarsi in Italia, a Roma, nel 2000. Come nasce quella decisione?
Ero insoddisfatta e avevo voglia di avventura. Era un’insoddisfazione più che altro interna, perché la mia carriera andava abbastanza bene. Si è accesa una scintilla che mi diceva di avere un’esperienza all’estero. Ero già affascinata dall’Italia attraverso il cinema italiano, in particolare i film di Fellini. Ho iniziato a studiare l’italiano al consolato italiano di Rio de Janeiro e, poco dopo, ho avuto l’opportunità di una borsa di studio per una vacanza studio in Italia. Allora sono venuta per due mesi e mi sono innamorata di Roma. Mi sentivo dentro un film. Un film di Fellini! Camminavo nel centro storico e ridevo da sola di felicità. Da lì, dopo altre due vacanze, sono venuta per fare il DAMS all’Università Roma Tre e sono rimasta.
scivolate impossibili da evitare
L'essere straniera come condizione esistenziale e artistica
C’è una suggestione bellissima nel suo percorso: l’attore, per definizione, è sempre un po’ straniero a se stesso. Abita un corpo che è il suo ma presta la voce a qualcun altro. Lei ha vissuto anche questa doppiezza nella vita reale, come brasiliana in Italia. Come si intrecciano, nel suo lavoro, questi due livelli di alterità, quella dell’interprete e quella della straniera?
Il fatto di essere straniera non si può cancellare, anche se mi sono sempre impegnata a parlare l’italiano nel modo migliore possibile, ci sono dei limiti, delle scivolate impossibili da evitare. Poi ho le mie radici, sono brasiliana anche se mi sento pure italiana nell’anima. Quindi è proprio una doppiezza. Questa sensazione di essere altra l’ho avuta quando mi sono trasferita. Mi sentivo un’altra, ero nata di nuovo, ho iniziato una nuova vita. Ma l’essere straniera limita le possibilità di lavoro come attrice, esattamente per il fatto che è difficile che una produzione scelga una straniera per interpretare il ruolo di una donna italiana. Poi sono molto critica, i personaggi devono essere credibili, forse io stessa mi pongo dei limiti ma la penso così. Perciò nei miei cortometraggi interpreto personaggi brasiliani che vivono in Italia, perché questa è la mia realtà. E siccome ho questa passione per l’interpretazione, non riesco a stare soltanto dietro la macchina da presa.
Ho creato un personaggio comico per un video, una sperimentazione girata nel 2012, che è una finta contessa italiana. Quindi lì ci può stare. Questo video è stato una grande improvvisazione. Giocando con l’idea di Zavattini di girare senza un intreccio, senza sceneggiatura, con la macchina da presa che segue i personaggi nella loro quotidianità, con non attori, abbiamo creato due personaggi in una situazione prestabilita, come se fosse reale. Io e mio marito, che non fa l’attore – una coppia nella realtà ma che interpretava un conte e una contessa finti – improvvisavamo i dialoghi, e il tutto era girato in selfie o camera fissa, come se la macchina cogliesse i momenti di questa coppia, ma era tutto fiction. Mi sono divertita tantissimo e penso sempre a riprendere questo personaggio in un’altra storia.
Nel suo cortometraggio Caput Mundi racconta le disavventure di una donna straniera che cerca casa a Roma, affascinata dalle sue bellezze e spiazzata dalle sue contraddizioni. Quanta Clelia c’è in quel personaggio? E oggi, dopo oltre vent’anni in Italia, si sente ancora straniera in cerca di casa?
In Caput Mundi c’è Clelia dall’inizio fino a ¾ del corto. Nell’ultimo atto faccio uno sconvolgimento e non sono più io, diciamo che il personaggio si trasforma in quel che potrei essere diventata se mi fossi lasciata corrompere.
Caput Mundi nacque dalle mie esperienze di donna straniera con pochi soldi in cerca di alloggio a Roma. Ho vissuto delle situazioni talmente surreali che ho iniziato all’epoca a scrivere tutte le scene. Da lì è nata la prima bozza di sceneggiatura, fino ad arrivare alla versione finale che abbiamo girato. Certo, alcune scene sono state rielaborate, esagerate, adattate in base alla location disponibile. Alcuni personaggi conosciuti veramente li ho mescolati e trasformati in uno. Il corto è stato realizzato amatorialmente con i mezzi disponibili e con la collaborazione degli amici e dei soci della Château De Lumière. Mi dispiace non averlo fatto con una troupe professionista perché l’argomento e la sceneggiatura permettevano di fare molto meglio. Ma comunque è servito come un apprendistato per poi successivamente realizzare Annavespa.
Riguardo a sentirmi in cerca di casa, mi sento proprio a casa.
Ivana Giorda – in Caput Mundi 2015
poesie, racconti, bozze di sceneggiature
Il passaggio alla regia e alla scrittura
C’è un momento preciso in cui ha capito che non le bastava più stare davanti alla macchina da presa? Come è maturata in lei la scelta di diventare anche regista e sceneggiatrice?
In Brasile, oltre a fare l’attrice, ho studiato cinema, avevo diverse idee in testa e scrivevo poesie, racconti, bozze di sceneggiature. Ma la passione per recitare, fare l’attrice, era troppo forte e lasciavo la regia e la scrittura in secondo piano. Ho insegnato teatro per adolescenti lì in Brasile e ho fatto la regia degli spettacoli di fine anno. Poi in Italia, ho lavorato in un laboratorio di teatro per bambini realizzando piccoli saggi. Ma durante il corso al Dams ho capito che era ora di dedicarmi alla scrittura e alla regia. Era ora di mettere su carta le mie idee e lavorare per realizzarle.
Annavespa, il suo cortometraggio più recente, ha raccolto un risultato straordinario: 19 premi nel solo 2022, riconoscimenti da Svezia, Francia, India, Giappone, Stati Uniti, Austria. E nel marzo 2025 è stato proiettato proprio al Teatro Tablado di Rio, dove tutto è cominciato per lei. Cosa ha significato quel momento, quel ritorno?
Un’emozione immensa! Non avrei mai immaginato di tornare al Tablado per presentare un mio cortometraggio realizzato in Italia! Anche perché quello è un teatro, ma da qualche anno la regista Isabella Secchin* ha creato un cineclub lì, e approfittando della mia vacanza a Rio, mi ha invitata a proiettare Annavespa. Quindi il destino mi ha portato di nuovo dove tutto è iniziato! Un’opportunità meravigliosa: incontrare amici di una vita e parlare alle nuove generazioni di allievi.
*Isabella Secchin attrice e regista italo brasiliana per la seconda volta fa parte della giuria di Corti al Castello Film Festival
Il cortometraggio è una forma breve, ma alcune storie brevissime restano per sempre. Perché ha scelto questo formato, c’è una libertà specifica in quella misura?
Sì, c’è tanta libertà di creazione in un cortometraggio, oltre a impiegare meno tempo di riprese ed essere conseguentemente fattibile con un budget più ridotto rispetto ad un lungometraggio. Purtroppo molte persone non sanno neanche cosa sia un cortometraggio, ma è sempre un film, un film di breve durata. Un film lungometraggio è più elaborato, richiede molti più soldi, una produzione che lavora per mesi prima e dopo, una troupe di decine, a volte centinaia di professionisti, una distribuzione efficace, ecc. Insomma, un processo industriale mentre il corto è più artigianale.
Il cortometraggio serve al regista per mostrare le sue potenzialità, come un esercizio che può aprire la strada per realizzare un lungometraggio.
Il fatto di essere breve dà anche la possibilità di colpire il segno senza annoiare il pubblico. Certo se la sceneggiatura e la regia sono efficaci. Come un racconto e un romanzo. Io adoro leggere i racconti. Il fatto di raccontare una storia in pochi minuti per me è una sfida affascinante. E chi riesce a raccontarla davvero bene è raro.
Come direttrice artistica di Corti al Castello Film Festival vedo tutti i film iscritti e confesso che a volte faccio fatica. Ci sono alcuni film che non si capisce perché siano stati girati, delle vere assurdità. Ma per fortuna arrivano anche dei piccoli gioielli e grazie al lavoro dei nostri selezionatori riusciamo ad avere un’ottima selezione di film di breve durata.
un’altra dimensione
Fare cultura in un borgo marchigiano
Ad un certo punto della sua vita arriva a Moresco, uno dei borghi più piccoli d’Italia, in provincia di Fermo. Da Rio de Janeiro a Roma, da Roma a Moresco. Come vive questa dimensione così radicalmente diversa? Cosa le ha dato, e cosa le ha tolto, la scelta di un luogo così lontano dai circuiti del cinema?
Ci tengo a dire che Moresco è uno dei borghi più belli d’Italia! In realtà non mi sono trasferita a Moresco. Sto lì per un paio di mesi all’anno. Il borgo medievale bellissimo mi ha portato in un’altra dimensione, lo scenario di un film, di uno spettacolo teatrale. Per me che sono brasiliana, il medioevo lo conoscevo giusto dai libri di storia e dagli scenari. Quindi di nuovo ero immersa in una fiction. Quello scenario mi ha fatto pensare a un festival di cinema. Ho immaginato quel borgo pieno di giovani che realizzano cortometraggi, che partecipano a proiezioni, a workshop. Diciamo che ci sto lavorando per realizzare questo sogno. Ancora non abbiamo workshop, né laboratori di cinema ma ci stiamo lavorando in modo che nelle prossime edizioni sia possibile.
Il fatto di essere lontano dai circuiti di cinema è uno stimolo in più perché giustamente stiamo lavorando per la formazione del pubblico, per la diffusione della cultura cinematografica. Ringrazio il Comune di Moresco che, con il patrocinio, ci permette di portare al borgo ogni anno una selezione di film brevi che altrimenti il pubblico di Moresco e dintorni non avrebbe mai visto.
Ringrazio anche la Fondazione Marche Cultura e la Marche Film Commission per il patrocinio e la Fondazione Carifermo per il contributo. Dall’anno scorso abbiamo la collaborazione del liceo artistico Caro Preziotti Licini di Fermo con la formazione della giuria giovani. Quest’anno avremo anche alcune studentesse che parteciperanno attivamente collaborando all realizzazione del festival. Ringrazio la dirigente scolastica Dott.Ssa Sabrina Vallesi e la docente di tecniche multimediali Dott.Ssa Elisabetta Achille.
Cosa mi ha tolto? Forse la vacanza di due mesi a Moresco. Per organizzare un festival il lavoro inizia molti mesi prima, sin da quando si aprono le iscrizioni a settembre: io lavoro a Roma tra PC e telefonate. Qualche volta io e mio marito andiamo a Moresco per i contatti pre festival e dalla fine di giugno ci trasferiamo lì dove lavoriamo sodo per realizzare l’evento che è sempre a fine luglio. Certo, vista la vicinanza del mare, abbiamo la possibilità di una pausa rinfrescante nelle spiagge vicine. Poi, a festival finito, godiamo le nostre vacanze ad agosto e poi rientriamo a Roma, per tornare a Moresco in autunno quando abbiamo le proiezioni dei corti vincitori alla Sala degli Artisti di Fermo, e qui ringrazio Andrea Cardarelli per questa meravigliosa collaborazione.
Ha fondato la Château de Lumière, un’associazione culturale nata nel 2014 a Roma insieme a Romeo Donati e Ivana Giordan. Come si porta una realtà come questa in un piccolo paese delle Marche?
La Château De Lumière nacque dalla nostra passione per il cinema. Un’associazione culturale non è una casa di produzione, ma nel nostro piccolo abbiamo realizzato anche due cortometraggi. La nostra sede legale è a Roma, la sede operativa è a Moresco, esattamente per realizzare il festival. Ma possiamo realizzare sia eventi che cortometraggi in qualsiasi luogo dell’Italia.
Cosa significa fare cultura cinematografica in un territorio periferico?
Beh, Moresco, anche se è un piccolo borgo, è in provincia di Fermo, con un quarto d’ora in macchina si arriva a Fermo dove ci sono due cinema e un bellissimo teatro. Portare la cultura cinematografica è sempre una lotta. Certo, un festival di cortometraggi è un evento di nicchia, ma sembra che il pubblico di Moresco e dintorni gradisca perché anno dopo anno l’affluenza aumenta.
Associazione culturale Château de Lumière
Château de Lumière è un’associazione culturale senza scopo di lucro fondata nel 2014 da Clelia Di Briggido, Romeo Donati e Ivana Giordan con un obiettivo preciso: promuovere il cinema e le arti. Il primo atto concreto di questa visione condivisa è la realizzazione di Caput Mundi, cortometraggio scritto e diretto da Clelia Di Briggido, in cui i soci stessi compongono cast, troupe e team di post-produzione — un modo di fare cinema che porta già in sé il senso di comunità che avrebbe caratterizzato tutto il percorso successivo. Nel 2021 l’associazione produce Annavespa, il nuovo cortometraggio di Clelia Di Briggido, che nel solo 2022 raccoglie 19 premi in festival di ogni continente.
quasi un centinaio di film
Corti al Castello Film Festival 2026
Corti al Castello Film Festival nasce con una vocazione precisa: valorizzare il cortometraggio italiano, con un’attenzione speciale al cinema marchigiano e all’universo femminile. Da dove nasce questa scelta? Il cortometraggio è ancora un formato sottovalutato nel panorama italiano?
Sì, questa scelta nasce proprio perché vedo che il cortometraggio è ancora tanto sottovalutato; inoltre, quando abbiamo iniziato, ho pensato subito a proiettare film con una donna protagonista, e ho avuto abbastanza difficoltà a trovarne. Man mano ne sono arrivati di più. Quest’anno nella categoria “donna protagonista” si sono iscritti quasi un centinaio di film. Poi, ampliando il panorama, c’è l’idea di valorizzare il territorio. Purtroppo i film brevi realizzati nelle Marche sono ancora pochi, ma credo che man mano la produzione cresca.
Più che altro c’è tanto pregiudizio nel settore. Un regista viene considerato soltanto dopo che realizza un lungometraggio. Un cortometraggio purtroppo non va nelle sale: per avere visibilità l’unica possibilità è il circuito dei festival, o se il corto è prodotto da una grande produzione tipo Rai Cinema andrà su RaiPlay con la relativa visibilità. A volte ci sono pregiudizi anche da parte degli attori e delle attrici stessi: una volta ho letto sui social un post di una giovane attrice che si diceva orgogliosa del suo “primo” film, quando in realtà la sua breve carriera contava più di quattro cortometraggi — quindi era il suo primo lungometraggio, non il suo primo film. Ma il pregiudizio dell’attrice ha classificato i cortometraggi come opere di serie C, da non considerare come film, e mi è sembrato quasi come se si vergognasse di averne fatto parte.
Da qualche tempo si stanno producendo più opere e devo dire che la qualità aumenta di anno in anno. Però, purtroppo, le belle storie raccontate bene sono poche. Abbiamo avuto la fortuna di avere iscritte alcune opere eccellenti, e infatti la nostra giuria le ha premiate.
mantenere gli occhi aperti
Progetti futuri
Al centro di ogni suo lavoro ci sono le reazioni umane, quell’istante in cui le persone si rivelano nell’incontro con l’altro. Cosa cerca ancora, qual è la storia che sente di dover raccontare?
Reazioni e relazioni umane. Ho una sceneggiatura per un corto che voglio girare, ma ancora non ho trovato l’occasione giusta, che parla della relazione tra una figlia e una madre.
Poi ho altre bozze che parlano del rapporto uomo donna, donna e se stessa. Sono bozze da lavorare.
Sento di dover raccontare ancora tanto di tante relazioni. Il mondo è davanti a me e, come ho imparato con Maria Clara Machado, devo mantenere gli occhi aperti e osservare i personaggi che passano davanti a me e anche dentro di me per poi raccontare con immagini.
corti al Castello Film Festival
Torna a Moresco il 24, 25 e 26 luglio 2026
Il programma si articola in tre serate, tutte a ingresso gratuito nella splendida cornice di Piazza Castello, a Moresco.
Venerdì 24 luglio, alle ore 21:00, si apre con la proiezione dei corti delle categorie Animazione e Corti Marchigiani. Tra gli ospiti confermati ci sono i registi dei film marchigiani in concorso — Davide Vassallo, autore di Fabriano Speranza, con la protagonista Sarà Mercorelli e l’attore Luca Vagnoni, e Fabrizio Saracinelli ed Elena Casaccia della Guasco, casa di produzione di Pane Amore e Libertà — mentre fuori concorso interverranno Simone Paglialunga, regista di Torre di Palme – sulle tracce di Antonio e Laurina, insieme ai rappresentanti del gruppo per la biodiversità agraria AMAP, Ambra Micheletti e Marco Muzi, e al regista Davide Mancini, per Il Mangiastorie – alla scoperta della biodiversità.
Sabato 25 luglio, sempre alle 21:00, la serata è dedicata alla categoria Donna Protagonista, con la presenza di Andrea Colussi, regista di Reset, e degli interpreti del film, l’attrice Angelica Accarino e l’attore Davide d’Eramo.
Domenica 26 luglio, alle ore 21:00, chiude il festival il concerto dei Due Acoustic e l’arrivo dell’ospite d’onore Rebecca Cervato, regista, produttrice e fondatrice e direttrice dell’Incanto Film Festival. La serata ospiterà anche l’assegnazione del Premio Mujeres nel Cinema Marche, dedicato a una professionista dell’audiovisivo marchigiano la cui identità sarà svelata più avanti (la premiata ha già confermato la presenza), e si concluderà con la premiazione: il Premio della Giuria Giovane, assegnato dagli studenti del Liceo Artistico Caro Preziotti Licini di Fermo, il premio della giuria adulta nelle tre categorie in concorso, le menzioni speciali e il Premio del Pubblico, che il pubblico di Corti al Castello Film Festival assegna votando direttamente i film in sala nelle tre categorie.
La giuria di quest’anno è composta da Alessandro Tarabelli, Andrea Cardarelli, Elisabetta Achille, Isabella Secchin e Simona Ripári.





