FéminaMag • INTERVISTA A CAMILLA BOEMIO
Cosa resta di un luogo quando quel luogo scompare?
di Redazione
- 10 minuti
Ritratto Camilla Boemio, foto Gabriele Mizzoni
Camilla Boemio riflette su una curatela intesa come spazio politico e relazionale, capace di interrogare la rappresentazione, il ruolo del pubblico, la fragilità ambientale e il diritto alla visibilità. Dalla pratica critica maturata negli anni fino al Padiglione di Nauru alla Biennale di Venezia prende forma una visione di questo lavoro come esercizio di responsabilità verso il presente, capace di alludere a nuovi mondi e di ricondurre l’immaginazione collettiva a una coscienza condivisa del nostro stare dentro un unico cosmo.
RITRATTO | Nel sistema dell’arte contemporanea, dove la figura del curatore ha assunto sempre più spesso un ruolo di mediazione istituzionale, il lavoro di Camilla Boemio si distingue per un approccio insieme critico e politico. Curatrice e scrittrice d’arte, associata ad AICA e IKT e cofondatrice della piattaforma nomade AAC Platform, Boemio sviluppa una pratica curatoriale che mette al centro la costruzione del discorso, la scelta delle voci e il punto di vista da cui si guarda il presente.
Aniconics, il suo blog, dichiara già nel titolo una linea precisa di ricerca: mettere in discussione i modelli dominanti della visibilità e interrogare le narrazioni canoniche che ancora attraversano il sistema dell’arte. Genere, identità queer e trans, corpo, tessile, ecologia sono i temi su cui si concentra il suo lavoro, non come ambiti separati, ma come spazi in cui si intrecciano produzione culturale, rappresentazione e soggettività. In questo percorso, il tessile emerge non solo come elemento simbolico, ma come vero e proprio linguaggio teorico.
Il dialogo che segue attraversa questi nodi a partire da alcune domande centrali
Come si costruisce una mostra quando il punto di partenza non è soltanto l’opera, ma la relazione?
Cosa significa pensare il pubblico non come destinatario passivo, ma come parte attiva del processo?
Quanto può ancora la curatela esercitare una funzione critica, oltre la dimensione istituzionale?
Questo percorso arriva fino alla Biennale di Venezia, dove Boemio co-cura, insieme a Khaled Ramadan e Stefano Cagol, il Padiglione di Nauru, la più piccola nazione insulare del mondo. Un progetto che porta all’interno del principale circuito espositivo internazionale una geografia raramente rappresentata, ponendo al tempo stesso una questione più ampia: chi ha diritto alla visibilità e secondo quali condizioni.
Anche The Edge of Equilibrium, il libro d’arte collettiva pubblicato da Boemio nel 2021 con Vanilla Edizioni e oggi presente nelle collezioni del J. Paul Getty Museum e dell’Archivio Storico ASAC della Biennale di Venezia, restituisce bene la tensione che attraversa il suo lavoro: quella di uno sguardo che si muove costantemente sul confine, in equilibrio tra ricerca, pratica critica e ridefinizione dei linguaggi.
Venezia e Nauru unite
dalla stessa vulnerabilità ambientale
La Repubblica di Nauru, la più piccola nazione insulare del mondo, partecipa per la prima volta alla Biennale Arte di Venezia, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, con un proprio padiglione nazionale. AIM Inundated, Imagining Life After Land è il progetto presentato: una riflessione sulla scomparsa dei luoghi, sulla memoria e sulle conseguenze delle scelte ambientali. Al centro, il dialogo tra un’isola del Pacifico minacciata dall’innalzamento delle acque e Venezia, città che da secoli convive con la fragilità del proprio equilibrio. Cosa resta di un luogo quando quel luogo scompare? Un interrogativo che attraversa da tempo la ricerca curatoriale e critica di Camilla Boemio.
La curatela come spazio politico e relazionale
Nel suo percorso, come è cambiato il modo in cui pensa e costruisce una mostra?
Non ritengo sia molto cambiato il modo in cui arrivo ad una fase di gestazione e costruzione di una mostra; forse prediligo più le accurate personali alle estese mostre collettive che ho largamente curato nei primi dieci anni del mio percorso. Mi anima la stessa viscerale ricerca; se per Joseph Beuys l’arte è una necessità che deve trovare posto nell’esistenza di ogni uomo; il curatore diventa tramite di questo dialogo con gli artisti attivando prospettive inedite in un’ottica totalizzante.
In questa visione osmotica la creatività e la vita sono profondamente legate, come l’arte e la politica.
Perno di questa costruzione sono le utopie realizzabili che ambiscono alla ridefinizione del museo e al suo utilizzo, la relazione con il patrimonio storico e archeologico, all’uso dello spazio pubblico, creando radici che si estendono dalla storia del territorio per approdare al proprio presente spingendosi verso il futuro; sempre proiettandosi verso la collettività di riferimento. Lo spazio condiviso dall’arte diventa il terreno privilegiato nel quale la collettività si riconosce, e si estende la visibilità nel contesto proiettando un nuovo flusso estetico relazionale fino ad attivare un ruolo nella riappropriazione dello spazio urbanizzato da parte dei suoi abitanti e frequentatori, motivandone ed incentivandone la frequentazione da parte di nuovi.
Questa costruzione in divenire il più delle volte nasce da un notevole slancio nel quale collimano progetti d’arte con la moda, l’architettura e la storia dell’arte e confluiscano attori e sostenitori diversi; penso alla realizzazione di The coat of hipness (materiali velati), l’installazione performativa dell’artista Jérôme Chazeix nel calendario di AltaRoma 2020.
L’approccio del suo lavoro consiste nell’associazione di diversi media e il loro crossover. Le sculture, i video e i disegni sono gli elementi che privilegia nella sua creazione. Sono integrati, tra l’altro, nelle sue installazioni, gli ambienti o le performance, e combinati per formare uno scenario travolgente e complesso, portando a una cristallizzazione, un processo associativo molto simile a una rete di sfaccettature o a un cosmo che ha preso forma negli spazi di Label201 a Roma.
Passando per la mostra da DE BOUWPUT, a Amsterdam, Time and Random Data in Sequence dell’artista americano Ron Laboray; che ha rivisitato i mezzi, le modalità di pensiero, la grammatica estetica dell’artista che sono stati presenti durante i suoi lunghi anni di carriera, segnando nello stesso tempo una serie di nuove sperimentazioni importanti e di vasta portata.
Soffermandoci all’intervento site-specific The Bouvet Island pensato per il cortile centrale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia ETRU dall’artista Stefano Cagol. Il progetto è stato selezionato dal museo come evento di alto profilo culturale tramite bando.
L’intervento al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, che ha inaugurato nel 2024 in occasione della Giornata Internazionale della Giustizia Sociale, mira a far dialogare i linguaggi dell’arte del contemporaneo e del passato con queste grandi cause, facendo incontrare l’etica e l’estetica.
Per questa incursione, ho scelto con AAC Platform, l’opera di Stefano Cagol The Bouvet Island e deciso di collocarla al centro dell’architettura cinquecentesca a effetto della villa, nel cortile centrale tra il portico a emiciclo progettato da Jacopo Barozzi da Vignola e la loggia, concepita da Bartolomeo Ammannati come una quinta scenica. Si dà così vita a uno spazio che utilizza temporaneamente una sedimentazione di linguaggi e di sollecitazioni.
Bouvet Island prende il titolo e la forma da un’isola che rappresenta simbolicamente gli opposti e metaforicamente apre al nostro conflittuale rapporto con la natura. Bouvet è, infatti, una delle isole più remote del pianeta, antartica, disabitata dall’essere umano, incontaminata, ma al tempo stesso è stata protagonista di uno degli esperimenti nucleari più misteriosi, il caso Vela, un’esplosione avvenuta nelle sue acque e mai rivendicata da alcuna nazione. Un episodio storico mai risolto, un segreto politico da intrigo internazionale che rimarrà, probabilmente, per sempre un enigma.
Concludendo introducendo una mostra particolarmente cara che è stata la personale di Antonio Palmieri TEN YEARS: BSR People 14-24 alla British School at Rome; una mostra fotografica estesa in un archivio capace di ripercorre un flusso di contatti, relazioni e residenti che hanno animato l’accademia soffermandosi sulla maestria del ritratto e l’abilità nel rappresentare gli artisti nei propri studi e le dinamiche che ne fluiscono.
Se dovesse raccontare il suo percorso oggi, qual è il filo che lo tiene insieme? C’è un momento, una svolta o una scelta che sente decisiva nel suo lavoro?
Se dovessi molto semplificare la militanza composta da studio, viaggi e relazioni; potrei sintetizzare un filo che parte dalla “Difesa della Natura” il concetto poliedrico che unisce l’ecologia all’arte, sottolineando l’indissolubile legame tra la salute ambientale e il benessere umano e la responsabilità del curatore nel presentare progetti che possano estendere argomenti rilevanti di valenza sociale, la California è ciò che ha fornito in un contesto sperimentale non-profit e museale inclusivo e innovatore, e Venezia come luogo nel quale collimano le realtà dell’arte e della cultura internazionali sommandosi in uno stato di “gloaming” che irradia la laguna anche per merito della presenza della Biennale di Venezia.
Forse la curatela di “Dminished Capacity” il debutto del Padiglione della Nigeria che ha presentato l’architetto artista Ola-Dele Kuku alla 15. Esposizione Internazionale di Architettura La Biennale di Venezia; un padiglione orientato verso una condizione di naturale riscrittura della storia partendo dal continente per arrivare alla nazione per potere guardare al futuro e di come quest’ ultimo dovesse essere percepito in un contesto fortemente destabilizzato dalle guerre, le migrazioni e i cambiamenti globali. In una questione evidenziata dai temi di identità, forma e struttura trattati nella mostra.
Nella sua pratica la curatela è anche una forma di relazione: quanto contano per lei le persone, gli incontri e le connessioni nella costruzione di un progetto? Cosa orienta oggi le sue scelte curatoriali?
Indubbiamente la curatela è anche una forma di potente e dinamica relazione. Curare una mostra significa anche aprire, custodire e condividere uno spazio con persone, realtà e istituzioni diverse. Ciò richiede una comprensione dell’interdipendenza, in un’atmosfera di fiducia, rispetto, cura, apprezzamento, ascolto e interesse.
Le mie scelte curatoriali sono motivate dal talento degli artisti, le condizioni delle Istituzioni e dei musei/Biennali e l’attenzione per determinati temi e una comprovata analisi dell’evolversi del linguaggio d’arte che trovo fondamentali.
L’arte come esercizio di responsabilità verso il presente.
Secondo lei è ancora possibile per il pubblico entrare davvero in relazione con l’arte contemporanea?
Assolutamente si; abbiamo oggi rispetto a due secoli fa molti strumenti a disposizioni che possono garantirci maggiori informazioni, accessibilità in modo sistematico e capacità di riflessione e di scelta.
Essere capaci di distogliere l’orecchio dalla “sirene”; dai rumori invasivi, il disturbo, tutto ciò che sembra scontato che arriva a noi proponendoci rimedi e divertimenti “facili”; bisognerebbe avere il coraggio di prendere decisioni azzardate e scoprire “nuovi mondi”.
Una mia sezione curata al Museo dell’Arte Classica, al Polo Museale Sapienza, aveva questo titolo perché voleva portare i visitatori in un altro contesto, diverso rispetto alle difficoltà che vivevamo quotidianamente nella fase intermedia e finale della pandemia Covid-19.
Queste mostre hanno avuto il pregio di aprire quei mondi con artisti e architetti di grande talento come il britannico Mathew Emmett che con St Sebastian: Plague Memory, ha inscenato un’immersiva installazione multicanale in dialogo con l’architettura del museo.
La sua pratica curatoriale si muove tra ecologia, geopolitica e comunità: in un presente attraversato da crisi globali, quale ruolo può avere l’arte nel generare nuove forme di consapevolezza e, soprattutto, di immaginazione collettiva?
L’arte ha ancor più un ruolo fondamentale per conoscere il nostro presente e proiettarsi verso il futuro. L’arte ha il dovere di mostrare quel che abbiamo realizzato con la nostra libertà, o con la privazione di questa ultima. Dobbiamo entrare nella dimensione pubblica, confrontandoci con il maggior numero di persone, generazioni diverse, mostrando a tutti quello che abbiamo realizzato, con piena coscienza della libertà. La libertà è la libertà di tutti, ma è anche il rispetto che dobbiamo diffondere per garantire alla natura, alla bio-diversità, agli alberi, agli animali, a tutte le specie la loro tutela e difesa.
L’immaginazione collettiva risiede in una diffusa spiritualità e nell’essere consapevoli di fare parte di un unico cosmo.
Lo spazio condiviso dall’arte diventa il terreno privilegiato nel quale la collettività si riconosce
Il progetto del Padiglione di Nauru alla Biennale di Venezia, la più piccola nazione insulare al mondo, curato da Khaled Ramadan insieme a lei e Stefano Cagol, porta al centro una geografia spesso invisibile che nasce da un contesto molto specifico: quale è stato il punto di partenza?
Con AIM Inundated, Imagining Life After Land, la Repubblica di Nauru, la più piccola nazione insulare del mondo, partecipa per la prima volta alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, presentando la precarietà ecologica non come un orizzonte lontano, ma come una condizione in atto. Il Padiglione riconosce Nauru, un microstato nell’Oceano Pacifico meridionale, come un luogo in cui le conseguenze a lungo termine delle decisioni economiche e politiche globali sono state materialmente vissute e le soglie sono già state superate, riposizionandolo da territorio remoto e marginale a monito universale e guida cruciale per un futuro condiviso.
Situato alla convergenza tra innalzamento del livello del mare, declino ambientale e durature eredità dell’estrattivismo coloniale, Nauru è uno dei siti più colpiti dal nostro impatto. Il momento attuale di Nauru non può essere disgiunto dalla sua storia estrattiva. Decenni di intensa estrazione di fosfati hanno trasformato il paesaggio e l’economia dell’isola, lasciando dietro di sé un territorio segnato da impoverimento ecologico, sovranità compromessa ed emarginazione geopolitica. Un secolo di attività estrattiva a Nauru dimostra come la domanda di risorse possa smantellare i sistemi sia ecologici che socio-culturali, portando a un’instabilità a lungo termine, e come la perdita ambientale sia sistematicamente prodotta da sistemi globali di estrazione, governance e responsabilità diseguali.
Il Padiglione prende Nauru sia come territorio specifico, che come emblema di un processo planetario. È uno studio concettuale sulla scomparsa, che esula dalla spettacolarizzazione e dall’immaginario catastrofico, per ragionare non solo in termini di perdita fisica di territorio, ma anche di erosione della continuità culturale, della conoscenza ecologica, dei sistemi di significato e dell’azione politica. Attraverso questa lente, l’inondazione diventa una chiave di lettura per esaminare come il cambiamento ambientale travolga identità, memoria, nazionalità e sovranità, coinvolgendo anche i parametri attraverso cui configuriamo il futuro. Inoltre, il contesto di Venezia, una città storicamente plasmata dall’acqua e sempre più definita dalla vulnerabilità ambientale, stabilisce un dialogo tra diverse geografie del rischio, mettendo in primo piano l’esposizione condivisa al rischio.
Strutturato attraverso un pensiero arcipelagico, il Padiglione assembla una costellazione di visioni. I dieci artisti invitati appartengono ad altrettante nazioni e generazioni diverse, e le loro opere spaziano tra installazione, video, pittura, fotografia, suono, testo, documentario, ricerca e utilizzo dell’intelligenza artificiale.
La mostra prende spunto dal testo, duro e sincero, di una canzone di Kauw Tsitsi (Nauru, 1995), che recita: “Intrappolato dal peso della ricchezza di qualcun altro… il suolo ricorda ogni taglio… eravamo più di una risorsa, più di un accordo… Quest’isola respirava prima delle trivelle, prima che il progresso ci insegnasse a uccidere”.
Nell’epico video We Are All Nauru, Stefano Cagol (Italia, 1969) si muove tra Groenlandia, Kirghizistan e Texas, inscenando, come esorcismi, atti simbolici di violenza ambientale, fame di risorse e supremazia. Presenta poi una rivisitazione critica di The Ice Monolith in spazi pubblici durante i giorni di apertura della Biennale Arte 2026. L’installazione Sea that Remembers di Tedo Rekhviashvili (Georgia, 1990) attraversa il confine tra pittura, scultura e suono, utilizzando la conchiglia come simbolo di casa, tra traumi collettivi e mitologie individuali. Patricia Jacomella Bonola (Svizzera, 1952) espone I Used to Go to the Beach, una vela monumentale composta da una somma di frammenti, simbolo di resistenza alle forze avverse e sinergia. Cottonopolis di Khaled Hafez (Egitto, 1963) affronta il concetto di colonialismo attraverso l’esperienza dell’influenza inglese sull’Egitto. CPS Chamber of Public Secrets presenta un archivio multimediale della ricerca di questo collettivo sul disagio ecologico dal 2004 a oggi. Sylvia Grace Borda (Canada, 1973) traccia un parallelo con un’isola sulla sponda opposta del Pacifico, che affronta sfide ambientali simili. Dorian Batycka (Polonia, 1985) affronta il tema della manipolazione e del controllo in un progetto online. Iv Toshain (Sofia, 1980) presenta una cascata di catene, che riecheggiano colori di bandiere e concetti di gerarchia e potere. La mostra si chiude con Ron Laboray (USA, 1970), che innesca sovrapposizioni e collisioni visive tra sistemi di significato occidentali, come classificazione scientifica, miti e cultura pop, e identità indigena.
Che cosa vorrebbe emergesse da questo progetto alla Biennale di Venezia?
L’arcipelago come confine, essenza di nuove voci, isole che sfuggono a una semplice funzione di vetrina, privilegiando posizioni marginali, dissonanti, spesso radicate in storie di riscatto e trasformazione nelle quali le relazioni si espandono e prendono forza attraverso attivismo, ricerca e profonda coscienza. Il tracollo ambientale è già accaduto, Nauru ci insegna che le scelte sbagliate ricadono su di noi, i nostri figli e il nostro futuro. Tutti possiamo dare un contributo significativo per difendere e tutelare l’ambiente, la bio diversità, e contrastarne i danni; con o senza l’arte.
















