Ci sono uffici in cui l’aria è pesante non solo per il condizionatore rotto o per i conflitti sulle ferie estive. Ci sono uffici in cui la pesantezza è invisibile ma palpabile: non la vedi, ma ti si appiccica addosso. Ti accompagna a casa, entra nei pensieri, si insinua nelle conversazioni con chi ami. È quell’aria che tira quando ci sono molestie, abusi, comportamenti scorretti che tutti intuiscono, qualcuno sussurra, ma pochi nominano ad alta voce.
La violenza non è urlo, è una normale conversazione

Eppure, la violenza nei luoghi di lavoro non ha quasi mai i tratti di una scena da film, non è sempre un urlo, un ricatto esplicito, un gesto eclatante; molto più spesso è sottile, subdola, quotidiana. È il collega che si avvicina troppo alla fotocopiatrice, è la battuta a sfondo sessuale “tanto per ridere”, è la battuta sul corpo che arriva davanti a tutti e ti fa sentire minuscola. È il silenzio che cala quando entri in una stanza, è l’e-mail non inviata di proposito per isolarti, è il commento velenoso mascherato da ironia.
Queste cose hanno un nome: molestie e violenze. E no, non sono “sciocchezze”, non sono “modi di dire”, non sono “complimenti mal riusciti”; sono dinamiche di potere che minano la dignità, perché la molestia non riguarda mai il desiderio: riguarda sempre il controllo.
Apri le finestre, fai girare l’aria
Il primo passo, quando in ufficio tira questa brutta aria, è non convincersi che sia normale, non lo è mai. Non fa parte del lavoro, non è una regola tacita da accettare per tenersi il posto; non è il prezzo da pagare per la carriera, né un male minore. Anzi, accettare quella brutta aria significa permetterle di crescere, perché ciò che oggi è una battuta tollerata, domani diventa un gesto più invasivo. Ciò che oggi è una carezza indesiderata, domani può trasformarsi in un ricatto.
La violenza non si ferma da sola: si ferma solo se qualcuno la nomina.
Chi subisce molestie sul lavoro spesso si sente sola e in colpa: “Forse ho esagerato io”, “Forse è la mia sensibilità”, “Forse avrei dovuto ridere e lasciar perdere”. Ecco, fermiamoci: non è mai colpa di chi subisce.
Il senso di colpa è il veleno che viene instillato da un sistema che difende chi molesta e isola chi denuncia. Eppure, ci sono strumenti che possiamo utilizzare, non sempre facili, certo, ma ci sono. E oggi più che mai è necessario ricordarlo.
Ecco cosa poter fare
- Annota tutto: può sembrare eccessivo, ma tenere un diario con date, orari, frasi, contesti aiuta a non dimenticare e a non mettere in dubbio la propria memoria. Scrivere è un atto di autodifesa;
- Conserva prove: screenshot di chat, e-mail salvate, biglietti scritti, fotografie di oggetti lasciati sulla scrivania. Tutto ciò che documenta un comportamento scorretto è un tassello di verità;
- Parlane con qualcuno di fiducia: una collega, un amico, un familiare. Non per “sfogarti soltanto”, ma per avere un testimone della tua esperienza. La solitudine è il terreno fertile degli abusi;
- Cerca alleati dentro l’azienda: responsabili HR, Comitati Unici di Garanzia, referenti della sicurezza o della parità: se ci sono, hanno l’obbligo di ascoltare;
- Chiedi supporto esterno: sindacati, avvocati del lavoro, centri antiviolenza, Consigliere di Parità territoriali: sono realtà che possono orientarti e sostenerti senza giudizio;
- Rivolgiti agli organi competenti: l’Ispettorato del Lavoro può aprire un’indagine. In caso di reati, le forze dell’ordine sono un punto di riferimento;
- Prenditi cura di te: non sottovalutare il peso psicologico: il disagio e la paura consumano lentamente. La consulenza psicologica non è un lusso, ma una forma di tutela della salute.
Che responsabilità hanno le aziende?
Non tutto, però, può ricadere sulle spalle di chi subisce; le aziende hanno il dovere di prevenire e contrastare, devono avere procedure chiare, canali sicuri di segnalazione, piani di formazione.
Oggi strumenti come la Certificazione UNI/PdR 125 spingono le imprese a creare ambienti di lavoro inclusivi e sicuri. Ma serve anche la volontà reale, non solo la carta. Un’azienda che minimizza, che non ascolta, che gira lo sguardo altrove, si rende complice e crea un danno non solo umano, ma anche economico e reputazionale. Perché un luogo di lavoro tossico non trattiene talenti, non genera innovazione, non costruisce futuro.
Il nodo più profondo, però, resta culturale
Finché continueremo a chiederci “Ma non se l’è cercata?”, finché diremo “Era solo una battuta”, finché penseremo che chi denuncia lo faccia per convenienza, resteremo prigionieri di una cultura che protegge il carnefice e isola la vittima. Abbiamo bisogno di imparare a credere a chi racconta, di non sminuire, di non girarci dall’altra parte, di non ridurre tutto a “questioni personali”; perché le molestie non sono un fatto privato: sono un problema sociale che riguarda tutti e tutte.
Denunciare è difficile, a volte durissimo, ma tacerlo è peggio. Perché quella brutta aria, se non considerata, diventa veleno che corrode la dignità, il lavoro, la vita.
E allora sì, se in ufficio tira brutta aria, apriamo le finestre. Non cambiamo semplicemente stanza, non rassegniamoci al vento contrario, diciamo ad alta voce che il lavoro deve essere un luogo di crescita, di dignità, di rispetto.
Respirare a pieni polmoni è un diritto. Anche, e soprattutto, in ufficio.
Elisabetta Pieragostini





