
C’è una scena, nel primo film Il diavolo veste Prada, che ormai è diventata quasi patrimonio culturale collettivo dove Miranda Priestley guarda Andrea Sachs con quel misto di superiorità e precisione chirurgica e le spiega che il maglioncino azzurro che lei crede di aver scelto “per caso” è in realtà il risultato di anni di decisioni prese dall’élite della moda. Nel 2006 quella scena sembrava una lezione sul fashion system, nel 2026 sembra una lezione sul potere e forse è proprio questo il punto, perché qualcosa è cambiato davvero negli ultimi vent’anni.
E no, non è soltanto nostalgia
Non è semplicemente il fatto che oggi riguardiamo Il diavolo veste Prada con gli occhi lucidi di chi aveva MSN, i jeans a vita bassa e pensava che lavorare fino a mezzanotte fosse “fare carriera”. È cambiato il nostro modo di guardare il lavoro, il successo, le donne di potere, il sacrificio, persino il concetto stesso di ambizione. E l’arrivo in questi giorni nelle sale cinematografiche de Il diavolo veste Prada 2, già attesissimo ancora prima dell’uscita, sta facendo emergere una domanda molto più profonda di quanto sembri: nel 2026, Miranda Priestley sarebbe ancora un modello di successo… oppure un caso HR da manuale?
Nel 2006 volevamo essere Miranda, diciamoci la verità, e uscivamo dal cinema pensando: “Voglio assolutamente quel cappotto.” E subito dopo: “Voglio diventare qualcuno.”
Miranda era terribile, certo, ma era anche magnetica, fredda, inarrivabile, potente. In un mondo in cui alle donne veniva ancora chiesto di essere accomodanti, sorridenti e possibilmente non troppo ambiziose, Miranda Priestley arrivava e diceva: “Questo è il mio impero.” E noi, sotto sotto, la ammiravamo, anche perché il 2006 era l’epoca della glorificazione della performance, dormire poco era sinonimo di successo, essere sempre reperibili significava essere importanti e lo stress era quasi uno status symbol.
La cultura del lavoro di quegli anni aveva una frase non scritta: “Se stai male, vuol dire che stai crescendo.” Andrea sacrifica amici, amore, equilibrio mentale e identità personale per entrare nel sistema. E il film, pur criticando quel mondo, in fondo lo rendeva incredibilmente desiderabile perché il lusso seduce sempre, anche quando ti umilia.
Nel 2026, invece, vogliamo sopravvivere a Miranda, ed eccoci qui vent’anni dopo, con la terapia normalizzata nei podcast, con il burnout diventato parola quotidiana, con le aziende che parlano di wellbeing, inclusione, leadership empatica e salute mentale. A volte lo fanno sinceramente, altre lo fanno perché hanno scoperto che i dipendenti, se trattati male, se ne vanno su LinkedIn raccontando tutto. Anche questo è progresso.
Oggi guardiamo quelle stesse scene con uno sguardo completamente diverso
Le chiamate notturne? Ansia. Le umiliazioni pubbliche? Violenza psicologica. L’idea di dover essere perfette per meritare spazio? Patriarcato confezionato da Chanel. E attenzione: questo non significa che il pubblico del 2026 sia “più fragile”, come qualcuno ama dire con nostalgia tossica, vuol dire che abbiamo finalmente iniziato a dare un nome alle cose.
Per anni abbiamo chiamato “carattere difficile” ciò che spesso era abuso di potere, abbiamo definito “genio” persone incapaci di relazioni sane e abbiamo romanticizzato il sacrificio femminile come se fosse inevitabile.
Oggi, invece, iniziamo a chiederci una cosa rivoluzionaria: ma davvero per avere successo bisogna distruggersi? Il vero cambiamento? Le donne non vogliono più imitare modelli maschili e qui arriva il punto più interessante. Nel 2006 il modello di leadership femminile vincente era spesso questo: una donna che sopravviveva in ambienti maschili diventando più dura degli uomini. Miranda non era “femminile” nel senso tradizionale del termine, era potentissima perché aveva imparato le regole del potere patriarcale meglio degli uomini stessi. Zero vulnerabilità, zero emotività, zero equilibrio, solo controllo.
Molte donne della generazione millennial hanno ricevuto questo messaggio implicito: per essere rispettata devi diventare inattaccabile. E quante di noi ci hanno provato? Quante hanno imparato a parlare in modo più freddo, più veloce, più aggressivo per essere prese sul serio? Quante hanno nascosto stanchezza, maternità, fragilità, paura? Quante si sono sentite dire che essere troppo gentili fosse un limite professionale?
Nel 2026 qualcosa sta cambiando
Le nuove generazioni non cercano più soltanto il potere, cercano senso, tempo, qualità della vita e relazioni sane. E soprattutto non vogliono più scegliere tra successo e salute mentale. Certo, il rischio opposto esiste: trasformare ogni difficoltà in trauma, ogni critica in violenza, ogni responsabilità in oppressione. Ma tra il culto tossico della performance del 2006 e l’ipersensibilità del 2026 forse esiste finalmente uno spazio adulto. Uno spazio in cui si può essere autorevoli senza essere crudeli. La moda, in fondo, racconta sempre la società e la cosa straordinaria de Il diavolo veste Prada è che non parlava davvero di moda, ma di identità.
La moda era soltanto il linguaggio visivo del potere, e oggi la moda stessa è cambiata, o almeno ci prova
Nel 2006 dominavano standard irraggiungibili, estetiche aspirazionali, perfezione patinata, mentre nel 2026 i brand parlano di inclusività, corpi reali, sostenibilità, diversity. A volte in modo autentico, a volte con il cinismo di chi ha scoperto che il femminismo vende benissimo, perché il capitalismo ha un talento incredibile: riesce a trasformare anche le rivoluzioni in campagne marketing. Eppure, nonostante tutte le contraddizioni, qualcosa si è mosso davvero.
Oggi una giovane donna entra nel mondo del lavoro con parole che nel 2006 quasi non esistevano nel dibattito comune: gender gap, molestie sul lavoro, leadership inclusiva, work-life balance, certificazione di parità, carico mentale, empowerment. Non abbiamo risolto i problemi, ma almeno abbiamo smesso di fingere che non esistano.
E allora sì, qualcosa è cambiato, non siamo migliori del 2006, siamo semplicemente più consapevoli, più stanchi, forse, più cinici a volte, ma anche meno disposti a sacrificarci sull’altare dell’approvazione. Il punto non è demonizzare Miranda Priestley, anzi, personaggi come lei sono stati importanti perché hanno mostrato donne potenti in un immaginario che ne aveva pochissime. Il punto è che oggi possiamo fare un passo in più, possiamo smettere di pensare che l’unico modo per essere autorevoli sia fare paura, di costruire modelli di leadership che non si nutrano dell’umiliazione altrui e di avere ambizione senza autodistruzione.
Il vero lusso nel 2026 è avere ancora una, due, dieci borse firmate? Forse no. Molto più probabilmente è poter dire: “Ho successo, ma sto bene.” Che, a pensarci, poteva essere il guizzo più contemporaneo e rivoluzionario di tutto il film.
Elisabetta Pieragostini





