C’è una domanda che mi porto dietro da anni, che ritorna ogni volta che ascolto una storia di violenza, ogni volta che una ragazza mi scrive raccontandomi di una molestia al lavoro, ogni volta che leggo un titolo di giornale che riduce una vita complessa a un cliché: dove si impara ad ascoltare le donne?

Sembra una domanda banale, quasi pedagogica, e invece è una domanda politica, culturale, sociale, perché l’ascolto, quello vero, non è un automatismo: è una pratica e come tutte le pratiche va coltivata, interrogata, allenata.
Il paradosso è che viviamo in un mondo pieno di parole, opinioni, dibattiti infiniti, ma quante volte quelle parole servono ad ascoltare davvero?
Molto poche, troppo poche. Le donne parlano, raccontano, denunciano, spiegano, eppure, vengono ancora interrotte, corrette, fraintese, giudicate, soprattutto giudicate.
Chi ci ha insegnato ad ascoltare?
E soprattutto: chi ci ha insegnato ad ascoltare le donne? L’ascolto attivo non ha nulla a che vedere con quel silenzio finto-empatico che molti scambiano per rispetto. L’ascolto è presenza, è sospensione del giudizio, è dare spazio all’altro senza cercare subito il filo del proprio ragionamento.
Ascoltare una donna che racconta un episodio di violenza significa stare lì senza correggerla; ascoltare una giovane che parla delle sue difficoltà significa non dirle “Sei troppo sensibile”. Ascoltare una collega che denuncia un ambiente tossico significa non cercare alibi per chi ha creato quella tossicità. Ma ricordatevi che ascoltare richiede coraggio, perché, quando ascolti davvero, qualcosa di te cambia, e il cambiamento fa paura. Ci sono parole che zittiscono anche quando possono sembrare innocue.
Quante volte le donne si sentono rispondere: “Ma sei sicura?”, “Magari hai interpretato male”, “Forse hai esagerato”, “Eh, ma anche tu…”, “Tutte esagerate queste cose ormai”, “Non farla più grande di quello che è”.
Ogni frase, anche pronunciata con intenzioni “buone”, è un modo per negare, per riformulare la realtà di chi parla attraverso la lente di chi ascolta. È il contrario dell’ascolto: è la colonizzazione dell’esperienza altrui. E questo accade ovunque: nei media che raccontano femminicidi come “raptus”, nelle famiglie che proteggono l’onore invece della verità, nei luoghi di lavoro dove chi denuncia molestie finisce per essere isolata, nei tribunali dove l’attenzione scivola più sul comportamento della vittima che su quello dell’imputato.
L’ascolto nei media è la prima frattura
Il giornalismo, che dovrebbe dare voce, spesso sottrae contesto, e senza contesto l’ascolto non esiste.
Una donna denuncia: i titoli cercano il dettaglio morboso. Una donna racconta una molestia: si apre il dibattito sulle “prove”. Una donna scompare: arrivano i commenti sul suo modo di vestire, di vivere, di amare. Se i media sono la prima palestra del pensiero pubblico, allora oggi siamo in piena emergenza educativa, perché la narrazione non ascolta, interpreta. E spesso interpreta male, con superficialità, con stereotipi datati che continuano a generare danno.
La seconda frattura è l’ascolto nei tribunali, qui la questione è ancora più delicata. Quando una donna denuncia, entra in una macchina complessa dove ogni parola pesa, eppure, la cultura del sospetto verso la vittima è ancora lì, radicata, domande inutili, insinuazioni, linguaggi anacronistici.
Una donna dice “Avevo paura” e qualcuno risponde “Perché non è scappata?”. Una donna dice “Ero sotto shock” e qualcuno replica “Perché non ha urlato?”. L’ascolto giudiziario dovrebbe essere neutro, rigoroso, garante, e invece a volte è filtrato da una cultura che ancora fatica a riconoscere le dinamiche della violenza, le sfumature del consenso, la complessità delle relazioni affettive. Ascoltare, in tribunale, significa comprendere che la verità non è una linea retta ma un percorso, e che quel percorso va protetto, non ostacolato.
La frattura più dolorosa però l’abbiamo con l’ascolto nelle famiglie. Le famiglie dovrebbero essere il primo luogo sicuro, ma spesso non lo sono, perché lì il giudizio è più sottile, più intimo, più insidioso: “Non raccontarlo in giro”, “Pensa alla tua reputazione”, “Vedrai che passa”, “Non metterti contro”, “Ci fai fare una figuraccia”.
Questo tipo di risposte non silenziano solo la voce di una donna, silenziano la sua identità. Le dicono che il suo dolore pesa troppo, che la sua parola è ingestibile, che è meglio minimizzare. E allora le donne imparano a non dire più nulla perché non si sentono ascoltate ed è un prezzo altissimo.
Abbiamo una quarta frattura, che è quella del potere, l’ascolto nei Consigli di amministrazione. Qui il problema assume un’altra forma: non è che le donne non vengano ascoltate, spesso non vengono neanche invitate a parlare, se prendono la parola vengono interrotte più frequentemente e sottovalutate più spesso, le loro proposte ignorate fino a quando non vengono ripetute da un uomo, e allora, miracolosamente, sembrano brillanti.
L’ascolto, nei luoghi decisionali, è un termometro della democrazia interna, dove non c’è ascolto non c’è innovazione, dove non c’è ascolto non c’è inclusione, dove non c’è ascolto regna una leadership vecchia, stanca, incapace di leggere il presente. E il punto non è dare spazio alle donne perché fa bene all’immagine. Il punto è che senza ascolto paritario, le aziende restano zoppe e non vedono, non colgono, non cambiano.
Ma allora: dove si impara ad ascoltare davvero?
In realtà, non c’è un posto solo, ci sono molti luoghi dove l’ascolto può, e deve essere reimparato. Dove? A scuola, educando ragazzi e ragazze a parlare e ad ascoltarsi senza giudizio; nei corsi di formazione, dove l’ascolto dovrebbe essere la base della leadership, non una soft skill accessoria; nei media, con linee guida chiare che rispettino la dignità delle persone; nei tribunali, con formazione obbligatoria sulle dinamiche della violenza e del consenso; nelle famiglie, con una cultura dell’accoglienza, non della reputazione e nelle aziende, inserendo l’ascolto attivo tra le competenze chiave della leadership paritaria.
È importante ricordare che si impara soprattutto così: con l’esempio, perché l’ascolto non è un concetto, è un comportamento che diventa cultura quando viene ripetuto, condiviso, riconosciuto.
Ascoltare le donne non è una gentilezza, è giustizia, e questa è la parte che spesso sfugge: ascoltare non è un favore, non è un atto di cavalleria, non è un gesto educato. Ascoltare è un dovere, perché da quell’ascolto dipendono diritti, libertà, protezione, dignità. Da quell’ascolto dipende la possibilità di trasformare le storie individuali in cambiamento collettivo.
Ricordate bene: ascoltare le donne significa accettare la complessità dei loro racconti, la verità delle loro esperienze, la forza delle loro contraddizioni. Significa fidarsi, non correggere, non minimizzare, non interpretare attraverso il nostro filtro.
E allora forse la domanda iniziale cambia: non più dove si impara ad ascoltare le donne, ma quando iniziamo davvero a farlo?
Elisabetta Pieragostini





