
Le parole non sono mai neutre e costruiscono mondi, gerarchie, possibilità. E quando parliamo di lavoro, soprattutto di lavoro femminile, il linguaggio diventa uno specchio spietato di ciò che riconosciamo come valore e di ciò che continuiamo a svalutare, sminuire, rendere invisibile.
Prendiamo alcune parole apparentemente semplici, manager, CEO, suonano forti, autorevoli, solide, evocano potere, competenza, decisione. Ora proviamo ad aggiungere un articolo femminile davanti: la manager, la CEO. Quante volte abbiamo sentito ancora dire “Fa strano”, “Non suona bene”, “Sembra forzato”? Come se il problema fosse la lingua e non il fatto che per secoli abbiamo associato il comando a un solo genere.
La verità è che non è la parola a essere sbagliata: è il nostro orecchio che non è stato educato
Poi c’è artigiana, una parola bellissima, che racconta sapere, mani, competenze, tradizione, innovazione insieme. Eppure, nel nostro immaginario collettivo, spesso vale meno di imprenditore, come se il lavoro manuale, soprattutto se svolto da una donna, fosse automaticamente più piccolo, più semplice, meno degno di riconoscimento economico e sociale. E qui il linguaggio fa il suo gioco sporco: non nega apertamente il valore, lo abbassa silenziosamente.
E arriviamo a una parola che nel lavoro non viene nemmeno considerata: madre. Perché nel nostro linguaggio quotidiano la maternità è ancora raccontata come una condizione emotiva, affettiva, privata. Raramente come ciò che è anche: organizzazione, responsabilità continua, gestione del tempo, capacità decisionale, lavoro cognitivo ed emotivo costante.
Dire che “una madre non lavora” è forse una delle più grandi mistificazioni linguistiche che ci portiamo dietro e non è un caso: ciò che non nominiamo come lavoro, non lo paghiamo, non lo tuteliamo, non lo riconosciamo.
E poi c’è freelance, una parola che sembra moderna, libera, contemporanea. Ma che, soprattutto quando è declinata al femminile, spesso diventa sinonimo di precarietà, di “non sei proprio stabile”, di “nel frattempo fai”. Come se il lavoro autonomo delle donne fosse sempre una fase transitoria, un riempitivo tra un vero lavoro e l’altro, e non una scelta professionale consapevole, strutturata, complessa.
Il punto è che il linguaggio non descrive soltanto il lavoro: lo classifica, decide cosa è serio e cosa no, cosa merita rispetto e cosa può essere dato per scontato. E il lavoro femminile, in tutte le sue forme, è ancora troppo spesso raccontato con parole che lo ridimensionano, lo giustificano, lo spiegano troppo. Ci chiedono ancora di specificare: manager donna, imprenditrice mamma, artigiana al femminile, come se il maschile fosse la misura standard e il femminile una deviazione da chiarire.
Finché continueremo a usare il linguaggio in questo modo, continueremo anche a produrre disuguaglianze molto concrete: nei salari, nelle opportunità, nel riconoscimento sociale.
Cambiare le parole non è un esercizio di stile è un atto politico, culturale, profondamente concreto, significa dire: questo lavoro esiste, questo lavoro vale, questa persona ha competenze, potere, dignità. Bisogna smettere di chiedere permesso per nominarsi, e forse il primo vero passo è proprio questo, iniziare ad ascoltare come parliamo del lavoro delle donne.
Se il linguaggio è uno specchio, quello che riflette oggi ci dice ancora che c’è molto, moltissimo, da cambiare e il cambiamento, come sempre, inizia da una parola detta meglio.
Secondo il mio pensiero personale, che nasce dall’esperienza prima ancora che dal pensiero – voglio parlare da donna, da madre e da imprenditrice, tre dimensioni che nella mia vita non si alternano ma convivono, si intrecciano, a volte si scontrano – è che troppo spesso questi vengono raccontati dal linguaggio come ruoli in competizione, invece che come parti di un’identità complessa e pienamente legittima. Ho imparato sulla mia pelle che le parole possono alleggerire o schiacciare, possono aprire porte o chiuderle con discrezione, senza fare rumore.
Quando vengo chiamata imprenditrice, mi sento riconosciuta una competenza. Quando divento una mammache lavora, percepisco subito il sottotesto: come se il lavoro fosse un’aggiunta, una concessione, quasi una distrazione da ciò che dovrei essere. Nessuno direbbe mai “padre che lavora”, ed è proprio in questa asimmetria linguistica che si annida il potere.
Il linguaggio ha un potere enorme perché crea cornici
Decide cosa è centrale e cosa è accessorio, decide se la maternità è un valore o un limite, se l’ambizione femminile è una qualità o un problema da giustificare. E quando sei una donna che fa impresa, questo lo senti ogni giorno: nei titoli che ti vengono attribuiti, nel modo in cui vieni presentata, nelle domande che ti vengono fatte. Domande che spesso non riguardano il tuo progetto, ma la tua capacità di “tenere insieme tutto”, come se fosse una prova di resistenza e non una competenza.
Essere madre mi ha insegnato che il lavoro di cura è invisibile solo perché abbiamo deciso di non dargli parole adeguate.
Essere imprenditrice mi ha insegnato che l’autorevolezza passa anche da come ci si nomina e da come si viene nominate.
E essere donna, ogni giorno, mi ricorda che se non occupiamo anche lo spazio del linguaggio, qualcun altro continuerà a raccontarci al posto nostro. Per questo credo profondamente che il linguaggio non sia un dettaglio, né una battaglia marginale ma uno strumento di potere, forse il più sottile e persistente. Cambiare le parole significa modificare lo sguardo e smettere di chiedere scusa per chi siamo e iniziare a nominarci per quello che facciamo, per il valore che produciamo, per la responsabilità che ci assumiamo.
Finché continueremo a trattare il linguaggio come una questione secondaria, continueremo anche a riprodurre le stesse disuguaglianze, con parole gentili ma effetti durissimi. Io credo invece che dare il giusto nome al lavoro femminile sia uno degli atti più radicali e concreti che possiamo fare oggi, perché ciò che ha un nome, esiste e ciò che esiste, può finalmente essere riconosciuto.
Elisabetta Pieragostini





