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Glow up dell’abbronzatura: dall’estetica delle civiltà antiche al Self-Tan di oggi

Arriva la primavera, le giornate si allungano e la nostra mente inizia a proiettarsi alla stagione estiva: iniziamo a preparare la pelle e riempiamo la wishlist di outfit da mostrare in spiaggia, optando per colori alleati dell’abbronzatura.  

L’abbronzatura, che quindi è diventata un vero e proprio look estivo, è in realtà un viaggio epico attraverso i secoli: dalla pelle pallida delle regine egizie al bronzé da red carpet di ogg, riflette i cambiamenti sociali, nuove mode e diversi rituali di bellezza.

Pelle chiara come status symbol

Nell’antichità, l’idea di abbronzatura era capovolta rispetto a oggi. Una carnagione pallida dichiarava lusso e potere, mentre la tintarella identificava contadini e schiavi, esposti al sole per lavoro. In Egitto, Cleopatra, icona di bellezza eterna, si cospargeva di latte d’asina e aceto per mantenere una pelle bianca come la luna, come riportato dal medico greco Galeno nel II secolo d.C. Dati storici confermano infatti che creme a base di alabastro e gesso erano usate dalle élite per schiarire la pelle, così da sottolineare classe e appartenenza.

I Romani non erano da meno. 

Le matrone romane usavano estratti di ceci e zafferano per sbiancare il viso e bagni di latte per un incarnato etereo, come racconta Plinio il Vecchio su l’imperatrice Poppea, moglie di Nerone.

Nell’antica Grecia, l’ideale estetico era quello di Afrodite, quindi una bellezza dall’incarnato pallido che le donne replicavano spalmandosi piombo bianco sulla pelle. 

Medioevo e Rinascimento: il pallore come virtù divina

Durante il Medioevo, la Chiesa associò la pelle chiara alla purezza spirituale. Questa estetica affondava le radici nella tradizione cristiana: i santi e la Vergine Maria, ritratti nei codici miniati e nelle vetrate gotiche delle cattedrali, sfoggiavano volti color latte per simboleggiare l’immacolata innocenza e la vicinanza al divino, immune alle impurità terrene. Così, le dame nobili si rifugiavano in castelli ombreggiati, usando veli e polveri di talco.

Con il Rinascimento, il pallore divenne un ponte tra sacro e profano: pittori come Botticelli con la Nascita di Venere o Raffaello nella Madonna Sistina dipingevano figure femminili dal biancore marmoreo, ispirate alle Veneri ellenistiche e alle Grazie mitologiche, mentre Leonardo da Vinci nei suoi studi anatomici esplorava la luminosità della pelle come essenza di vita divina. Per ottenere questo effetto, le cortigiane e le nobildonne ricorrevano a rimedi casalinghi e alchemici: impasti di gesso, farina di mandorle, latte di asina o addirittura sanguisughe per drenare il sangue in eccesso, come testimoniato nei trattati di bellezza. 

Uno strumento di seduzione e potere dunque, opposto alla volgarità di mercanti e artigiani, per rafforzare l’immagine della donna come musa celeste.

Un’ aspirazione metafisica, elevare il corpo mortale verso l’immortalità divina, in un’armonia tra anima e apparenza che definì l’arte e la cultura di quei secoli.

L’abbronzatura diventa desiderio

Con il XIX secolo e la rivoluzione industriale, la pelle color latte perse di appeal: quando le classi medie iniziarono a lavorare al chiuso, lo schema venne sovvertito.

Coco Chanel fu la pioniera assoluta: dichiarò che l’abbronzatura fosse il colore più trendy dell’estate, ispirando le sue clienti parigine. Un momento che “democratizzò” la tintarella, rendendola simbolo di ozio e benessere.

Poi, negli anni Trenta del ‘900 arrivò il primo olio abbronzante, che prometteva un’abbronzatura più omogenea dorata.

Tra gli anni ’50-’80, Hollywood consacrò l’abbronzatura: Rita Hayworth e Marilyn Monroe sfoggiavano glow dorati, come anche Brigitte Bardot sulle spiagge di Saint-Tropez.

L’industria cominciò anche a sviluppare un mercato di prodotti per proteggere la pelle dai danni dei raggi UV, e iniziarono a fare la loro comparsa le creme solari.

L’abbronzatura divenne un must per tutti, indipendentemente dalla classe sociale. Sulla scia del miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta, in Italia il mese di agosto si trasformò nell’esodo estivo: un fenomeno tipicamente nostrano, nato con le chiusure delle grandi fabbriche, Fiat in testa, e del loro indotto. Le spiagge affollate e il concetto di vacanza al mare rese così l’abbronzatura un rito collettivo. 

E se le persone iniziavano pian piano a riconoscere l’importanza della protezione solare, l’industria cosmetica vedeva comunque un continuo aumento della domanda di solari abbronzanti. Perché non solo l’abbronzatura era un segno di bellezza, ma anche di benessere fisico e mentale: il sole era visto come un elemento che dava energia, stimolava la vitamina D e migliorava l’umore.

E oggi? Nuove consapevolezze e nuove abitudini

Nel XXI secolo, l’abbronzatura continua ad essere un ideale di bellezza, ma siamo diventati molto più consapevoli dei danni che il sole può causare alla pelle. La ricerca scientifica e medica ha dimostrato che l’esposizione prolungata ai raggi UV è tra le principali cause di invecchiamento cutaneo e aumenta il rischio di cancro della pelle. 

Questo ha portato alla crescente popolarità delle creme solari e delle protezioni solari. Di pari passo, le abbronzature autoabbronzanti e le tecnologie come l’autoabbronzante spray sono diventate popolari, permettendo a chiunque di ottenere un colorito dorato senza danneggiare la pelle. 

In questo modo, la bellezza si unisce alla protezione, e l’abbronzatura diventa una scelta consapevole, più sicura e sana.

Questo articolo è stato realizzato dalla redazione di Femina in collaborazione con Acqua & Sapone, il più grande gruppo retail italiano dedicato alla cura della persona e della casa, presente in oltre 950 punti vendita sul territorio nazionale. Un brand che unisce qualità, convenienza e attenzione alle comunità locali, promuovendo inoltre iniziative sociali.

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