
Da tanto tempo si parla di sessualizzazione precoce delle bambine con una certa preoccupazione. Oggi quella preoccupazione è diventata qualcosa di più profondo che ci sfiora ogni giorno, spesso senza che ce ne accorgiamo davvero, perché nel frattempo il mondo è cambiato. O meglio: è accelerato. I social sono diventati ancora più invasivi, gli algoritmi ancora più aggressivi, i modelli ancora più distorti. E le bambine? Sempre più esposte, sempre più osservate, sempre più “valutate”. E questo, da donna e da madre, non può lasciarmi indifferente.
La sessualizzazione precoce passa dai media, dalla moda, dalla cultura popolare e soprattutto dalla normalizzazione
Ormai non ci scandalizziamo più. Vediamo bambine vestite da adulte, truccate, esposte sui social… e tutto questo ci sembra normale, persino divertente. Ci diciamo che “sono i tempi”, che “tanto lo fanno tutte”. E invece no, non è normale. È una costruzione culturale che stiamo alimentando noi adulti, spesso senza rendercene conto. E la cosa più inquietante è che lo facciamo anche in buona fede.
Se c’è una cosa che oggi mi colpisce più di tutto è quanto presto inizi il bisogno di piacere. Non solo di essere accettate, ma di essere guardate, validate, approvate. Le bambine crescono con l’idea che il loro valore passi dall’aspetto, dall’immagine, dalla capacità di attirare attenzione. E questa non è una conseguenza naturale: è un messaggio che ricevono continuamente, un like, un commento, uno sguardo. E così si crea una dinamica pericolosa: il corpo diventa uno strumento per ottenere riconoscimento, approvazione.
Stiamo togliendo il tempo all’infanzia, e questa è la parte che mi fa più male, le bambine non hanno più tempo per essere bambine. Il gioco viene sostituito dall’apparire, la spensieratezza dal confronto e la scoperta dall’imitazione. E io continuo a pensare, forse controcorrente, che lasciare una bambina sognare, credere ancora alle favole, vivere lentamente la propria crescita, non sia un errore, anzi, è un atto di protezione, perché crescere troppo in fretta è una perdita.
Di chi è la colpa? La responsabilità?
A questo punto sorge spontaneo chiederlo. È facile dare la colpa ai social, alla moda, alla società, ma la verità è più scomoda: la responsabilità è anche nostra. Siamo noi che compriamo certi vestiti, che pubblichiamo certe immagini, che, a volte, incoraggiamo senza accorgercene comportamenti non adatti alla loro età. E allora la domanda vera non è “cosa sta succedendo là fuori?”, ma: che ruolo stiamo scegliendo di avere noi dentro tutto questo?
Educare significa accompagnare e non credo nelle proibizioni assolute, non funzionano; credo però profondamente nel dialogo. Parlare con le bambine, spiegare, dare strumenti, aiutarle a distinguere tra ciò che vedono e ciò che sono, tra immagine e identità. E sì, anche parlare di corpo, di rispetto, di sessualità, ma nel modo giusto, nel tempo giusto, perché il silenzio non protegge, espone.
È normale che una bambina voglia imitare la mamma, mettersi le sue scarpe, truccarsi per gioco, provare abiti fa parte della crescita. Il problema nasce quando quell’imitazione viene incoraggiata come modello, quando diventa uno standard e quando, invece di lasciarle giocare a fare le grandi, le trattiamo già come grandi. E lì qualcosa si rompe, l’identità non si costruisce accelerando, ma attraversando.
Quale è il rischio più grande? Perdere sé stessi ancora prima di trovarsi. Ma quello che mi spaventa davvero non è solo l’anticipo di certi comportamenti. È il fatto che molte ragazze arrivano all’adolescenza senza aver sviluppato un senso solido di sé, arrivano confuse insicure, dipendenti dallo sguardo degli altri. E questo apre la porta a tutto: relazioni sbagliate, scarsa autostima, bisogno costante di conferme. Il problema è complesso e richiede una risposta collettiva. Oggi ne sono ancora più convinta, non basta la famiglia, la scuola, serve una presa di posizione culturale, rimettere al centro il valore dell’infanzia, serve smettere di misurare le bambine per come appaiono e restituire loro il diritto di crescere con i propri tempi.
Proteggere l’infanzia è un atto rivoluzionario. In un mondo che accelera tutto, proteggere l’infanzia è diventato quasi un atto controcorrente ma necessario. Le bambine di oggi sono le donne di domani, e il modo in cui imparano a vedersi, a percepirsi, a raccontarsi nasce proprio lì, in quegli anni in cui dovrebbero semplicemente essere libere di essere solo bambine e forse dovremmo ricordarcelo più spesso anche noi.
Elisabetta Pieragostini





