L’ha scelta la Treccani, e io confesso che, quando l’ho letto, non ho pensato “che bella parola”, ma finalmente. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di mettere al centro una parola scomoda, fragile, quasi fuori moda, perché oggi la fiducia non è affatto scontata, è rara, è stanca ed è spesso ferita. E proprio per questo è potentissima.

La fiducia non è ingenua, non è cieca, non è buonismo, ma è una scelta, quotidiana, faticosa, profondamente politica e profondamente umana.
Viviamo in un tempo in cui ci viene insegnato a dubitare di tutto e di tutti, delle istituzioni, delle aziende, delle relazioni, persino di noi stessi. Un tempo in cui la parola merito viene spesso usata come clava e non come valore, in cui la performance ha preso il posto della relazione e il controllo ha sostituito l’ascolto. In questo scenario, parlare di fiducia non è romantico: è rivoluzionario.
La fiducia è esporsi
È dire: io credo che tu possa farcela, anche quando sarebbe più facile controllare, limitare, mettere paletti; è lasciare spazio invece di occupare tutto; è dare tempo invece di pretendere risultati immediati. E qui permettetemi di dirlo con chiarezza: non esiste fiducia senza responsabilità. La fiducia non è “fai quello che vuoi”, è “ti riconosco come persona capace, degna, affidabile”. E questo vale nei rapporti personali, ma ancora di più nel lavoro, nelle organizzazioni, nelle comunità.
Nelle aziende la fiducia è spesso raccontata come un rischio, io la vedo come un investimento, perché dove c’è fiducia, le persone non si limitano a eseguire, partecipano; dove c’è fiducia, l’errore diventa apprendimento e non colpa; dove c’è fiducia, il benessere non è uno slogan ma una pratica concreta.
Eppure, quanta fatica facciamo a fidarci davvero?
Fidarci di una giovane donna che chiede spazio, di un padre che chiede flessibilità, di una persona fragile che chiede tempo, fidarci del fatto che l’inclusione non tolga nulla a nessuno, ma aggiunga valore a tutti.
La fiducia è strettamente legata alla parità di genere, anche quando non lo diciamo esplicitamente, perché ogni volta che una donna deve dimostrare il doppio per ottenere la metà, lì manca fiducia. Ogni volta che una denuncia viene messa in dubbio “perché chissà”, lì manca fiducia. Ogni volta che una competenza viene letta attraverso lo stereotipo e non attraverso i fatti, lì manca fiducia.
E attenzione: la fiducia non si impone, si costruisce, con coerenza, con scelte quotidiane, con il coraggio di essere credibili prima ancora che autorevoli.
C’è anche una fiducia di cui parliamo poco, ma che per me è centrale: la fiducia in sé, quella che vacilla quando ti dicono che sei “troppo”, toppo emotiva, troppo diretta, troppo ambiziosa; quella che si incrina dopo una delusione, un fallimento, una porta chiusa, ricostruirla è forse il lavoro più complesso che possiamo fare ma anche il più necessario.
Se fiducia è davvero la parola del 2025, allora io spero che non resti una parola bella da citare nei convegni, spero che diventi una pratica, un criterio, una lente con cui rileggere il modo in cui lavoriamo, educhiamo, governiamo, amiamo, perché senza fiducia non c’è futuro. Ci sono solo sistemi rigidi, relazioni difensive, persone stanche e io, sinceramente, di stanchezza ne vedo già troppa. Ho voglia di un tempo nuovo, imperfetto, certo, ma abitato da fiducia vera, quella che non nega le difficoltà, ma sceglie comunque di credere nelle persone. E forse è proprio da qui che possiamo ricominciare.
E allora voglio chiudere così, con una frase che per me non è solo una citazione, ma una radice. Una di quelle frasi che ti restano addosso, che tornano nei momenti in cui devi scegliere da che parte stare, anche quando è scomodo.
Mio padre diceva sempre: “la fiducia è una cosa seria”
Lo diceva senza enfasi, senza retorica, lo diceva come si dicono le verità che non hanno bisogno di essere spiegate troppe volte. E più passano gli anni, più capisco quanto avesse ragione, perché la fiducia non è mai stata, per lui, una parola leggera. Non era un atto impulsivo, non era una concessione gratuita, era un impegno, verso sé stessi e verso gli altri.
Fidarsi, per lui, voleva dire assumersi una responsabilità, dare fiducia significava mettere in gioco la propria credibilità, il proprio nome, il proprio sguardo sul mondo. E tradire la fiducia era una delle cose più gravi che potessero accadere, non tanto per la ferita in sé, ma per quello che rompeva: il patto invisibile tra le persone.
Oggi viviamo in un tempo che banalizza tutto, anche le parole più importanti. La fiducia viene usata come slogan, come claim, come valore da appendere al muro. Ma se non è accompagnata da coerenza, da scelte quotidiane, da rispetto, diventa vuota. E forse è proprio questo che mio padre voleva dire: che la fiducia non si maneggia con superficialità, non si promette se non si è disposti a mantenerla, non si chiede se non si è pronti a restituirla.
“La fiducia è una cosa seria” significa anche questo: che non è eterna se la dai per scontata, che non è infinita se la calpesti, che non è automatica soprattutto per chi è stato deluso troppe volte. Ma significa anche che, quando c’è, cambia tutto, cambia il modo in cui lavori, il modo in cui educhi, il modo in cui ami, il modo in cui guardi una persona e scegli di vederla per quello che è, non per la paura che ti fa.
Se davvero il 2025 è stato l’anno della fiducia, allora dobbiamo averla interiorizzata e smettere di usarla come parola gentile e iniziare a trattarla come faceva mio padre: con rispetto, con serietà, con quella sobrietà profonda di chi sa che le cose importanti non fanno rumore, ma tengono in piedi le vite. Io voglio portarmi dentro questa parola così, non come un’illusione, ma come una scelta, non come una scorciatoia, ma come un impegno, perché sì, la fiducia è una cosa seria. E forse è proprio per questo che vale ancora la pena difenderla, costruirla, ricostruirla, ogni giorno.
Elisabetta Pieragostini





