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L’equilibrio tra vita e lavoro: essere donna in Italia tra carriera, maternità e resistenza quotidiana

Esiste un report appena uscito da una ricerca condotta da Save the Children che si chiama Le Equilibriste che racconta come oggi il lavoro femminile in Italia sia focalizzato sulla parola del nostro vocabolario italiano: equilibrio. Un equilibrio fragile, instabile, spesso solitario. Un equilibrio che le donne sono costrette a costruire ogni giorno tra lavoro retribuito, cura familiare, aspettative sociali, senso di colpa e desiderio di realizzazione personale.

Non è un caso che Save the Children abbia scelto da anni di chiamare il proprio rapporto sulla maternità in Italia Le Equilibriste. Perché le donne italiane, soprattutto quando diventano madri, camminano davvero su un filo sospeso, e troppo spesso lo fanno senza rete.

L’Italia continua ad essere un Paese che chiede alle donne di lavorare come se non avessero figli e di crescere figli come se non lavorassero. Ed è qui che nasce la più grande contraddizione del nostro tempo. Da una parte si parla continuamente di crisi demografica, natalità, inverno demografico. Dall’altra, però, si continua a non affrontare davvero la questione centrale: in Italia fare figli rappresenta ancora una penalizzazione enorme per le donne, e non per i padri. 

La maternità che pesa sul lavoro

I numeri del report sono chiari e raccontano una realtà che molte donne conoscono già benissimo sulla propria pelle.

Nel 2024 il tasso di occupazione femminile tra i 25 e i 54 anni è del 68,9% per le donne senza figli, ma scende al 63,1% quando arriva almeno un figlio minore. Se i figli sono due o più, il tasso precipita al 60,1%.

Per gli uomini accade esattamente il contrario: gli uomini senza figli lavorano nel 77,8% dei casi, con figli minori il dato sale oltre il 91%.

È il grande paradosso italiano: la paternità rafforza il lavoro maschile, la maternità indebolisce quello femminile. E questa differenza è culturale, strutturale e sistemica perché nel nostro Paese continuiamo ancora ad attribuire alle donne il ruolo principale della cura.

Save the Children parla apertamente di welfare familistico, cioè di un sistema che scarica sulle famiglie, e quindi soprattutto sulle donne, il peso della cura, dei servizi mancanti e dell’assistenza.  In pratica: quando lo Stato arretra, sono le donne a compensare sempre.

Il costo invisibile della child penalty

Esiste un’espressione molto potente che il rapporto utilizza: child penalty, ovvero la penalizzazione economica e professionale che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio.

Uno studio citato nel dossier dimostra che, quindici anni dopo la nascita del primo figlio, l’aumento salariale delle madri è stato del 57% inferiore rispetto alle donne senza figli con caratteristiche simili.  Non si tratta quindi di una difficoltà momentanea, è una frattura che accompagna tutta la vita lavorativa: meno ore lavorate, più part-time involontario, maggiore precarietà e rinunce professionali, più dimissioni. Nel 2022 oltre il 72% delle convalide di dimissioni dei genitori con figli tra 0 e 3 anni riguardava donne. E nel 63,6% dei casi le madri indicavano come causa principale l’impossibilità di conciliare lavoro e cura dei figli.

Dietro questi numeri ci sono vite vere, donne che rinunciano ad una carriera, che accettano lavori sottopagati pur di avere orari gestibili e che si sentono in colpa se lavorano troppo e in colpa se lavorano troppo poco. Ed è forse questo il nodo più doloroso: la maternità in Italia continua a essere trattata come una questione privata e individuale, quando invece è una questione sociale, economica e politica.

Il lavoro povero ha il volto delle donne

Il rapporto evidenzia anche un altro dato fondamentale: il lavoro femminile è spesso lavoro povero.

Nel 2023 oltre una donna su quattro era a rischio di lavoro a basso reddito. Le donne guadagnano meno praticamente in ogni settore, anche in quelli dove sono in maggioranza. Nelle attività finanziarie e assicurative il divario retributivo arriva al 32%. Nei settori professionali e scientifici supera addirittura il 35%. E poi c’è il tema del part-time involontario, molte donne non scelgono davvero di lavorare meno ma sono costrette a farlo perché il sistema non offre alternative sostenibili. Quando mancano asili nido accessibili, servizi territoriali, flessibilità organizzativa e una reale condivisione della cura, il part-time diventa una necessità e non una scelta. Il problema è che il part-time porta con sé stipendi più bassi, minori contributi, pensioni più fragili e minore autonomia economica. Ed è qui che il tema del lavoro femminile si intreccia inevitabilmente con quello della libertà, non esiste vera libertà senza indipendenza economica.

Le madri sole: le equilibriste tra le equilibriste

Il capitolo forse più duro del rapporto è quello dedicato alle mamme single che Save the Children definisce “le equilibriste tra le equilibriste”, ed è difficile trovare una definizione più corretta.

Nel 2024 il rischio di povertà o esclusione sociale per i nuclei monogenitoriali ha raggiunto il 32,1%, ma tra le madri sole con figli minori il dato sale ulteriormente.

Le madri single lavorano meno, guadagnano meno, hanno più difficoltà ad accedere alla casa e vivono più spesso in condizioni di precarietà. Il loro reddito medio annuo netto è di circa 26.822 euro contro i 48.306 euro delle coppie con figli. Eppure, continuano a reggere famiglie intere da sole. Sono donne che spesso non hanno il lusso della fragilità, non possono ammalarsi, fermarsi, crollare, e qui emerge un altro tema enorme: il lavoro di cura continua a essere invisibile. L’Italia si regge ancora su una gigantesca quantità di lavoro femminile non retribuito. Un lavoro che non compare nel PIL ma che tiene insieme famiglie, scuole, anziani, figli e intere comunità.

La parità di genere non è un tema femminile

C’è ancora chi considera la parità di genere una battaglia che riguarda soltanto le donne ma non è così. La parità di genere riguarda la qualità democratica di un Paese, riguarda il lavoro, la crescita economica, la natalità, il welfare, la salute mentale e la libertà individuale.

Un Paese che costringe le donne a scegliere tra maternità e lavoro è un Paese che spreca talento, competenze e futuro. E forse la domanda che dovremmo iniziare a porci è questa: perché le donne dovrebbero sentirsi sicure nel fare figli in un sistema che continua a penalizzarle?

Servono cambiamenti strutturali, il rapporto è molto chiaro anche su questo punto: i bonus economici da soli non bastano. Non basta un incentivo una tantum se poi manca tutto il resto, servono:

  • servizi educativi diffusi; 
  • congedi parentali realmente condivisi; 
  • lavoro flessibile ma non penalizzante; 
  • contrasto al gender pay gap; 
  • cultura organizzativa inclusiva; 
  • certificazioni sulla parità di genere realmente applicate;
  • certificazioni Family Friendly consapevoli; 
  • welfare aziendale serio; 
  • politiche specifiche per le madri sole. 

E serve soprattutto un cambiamento culturale perché il vero problema è che continuiamo a considerare la cura come una responsabilità quasi esclusivamente femminile. Finché non cambierà questo paradigma, continueremo a parlare di equilibriste. E continueremo a stupirci davanti alla denatalità, alle dimissioni delle madri, alle disuguaglianze salariali e alla fatica quotidiana di milioni di donne.

La verità è che le donne italiane non chiedono privilegi, ma chiedono condizioni eque, di non dover pagare il prezzo della maternità con il proprio futuro professionale, di poter essere madri senza sparire come lavoratrici, professioniste, dirigenti, imprenditrici, persone. E forse la riflessione che questo rapporto ci consegna è semplice quanto scomoda: quanto ancora un Paese può permettersi di perdere il talento delle sue donne?

Elisabetta Pieragostini

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