
Un rito di passaggio universale, dalle cerimonie induiste alle foto in bianco e nero delle nonne italiane
Da qualche parte, in una scatolina di cartone o in un cassetto dimenticato, quasi tutti conservano la stessa cosa: una ciocca di capelli sottilissimi, avvolti in un fazzoletto o tenuti insieme da un nastrino. Il primo taglio. Poche famiglie, in ogni angolo del mondo, lasciano passare quel momento senza fermarsi. Senza in qualche modo – con un rito, una festa, una fotografia, una preghiera – renderlo visibile. L’antropologo Arnold van Gennep, nel suo studio classico sui riti di passaggio pubblicato nel 1909, aveva già intuito perché: il corpo deve essere modificato affinché il cambiamento di stato sia reale. Il taglio dei capelli è ontologia.
«Il corpo deve essere modificato affinché il cambiamento di stato sia reale. Il taglio dei capelli non è igiene. È ontologia.»
I riti del primo taglio nelle culture del mondo
In Giappone si chiama Kami-okizuki e si compie intorno ai cento giorni di vita. In India è il Mundan, tradizionalmente celebrato tra il primo e il terzo anno: la testa viene rasata completamente, in offerta alla divinità, e i capelli – considerati residuo di vite precedenti – vengono depositati in un fiume sacro. Nelle comunità ebraiche ortodosse, i bambini maschi non tagliano i capelli fino ai tre anni; il primo taglio, chiamato Upsherin, diventa una festa comunitaria in cui parenti e amici partecipano a turno con le forbici. Nella Grecia antica, il rito era dedicato ad Apollo – dio della luce e della misura – e i capelli tagliati venivano offerti al tempio. Su quasi tutti i continenti, in quasi tutte le epoche: lo stesso gesto, la stessa solennità.
Perché i capelli del neonato vengono tagliati: il significato simbolico della chioma alla nascita
I capelli con cui si nasce hanno uno statuto simbolico particolare in moltissime tradizioni: sono considerati appartenenti ancora al mondo da cui il bambino proviene, non a quello in cui è appena arrivato. Tagliarli è un atto di separazione dalla vita precedente, dall’infanzia più precoce, dallo spazio liminale tra il non-essere e l’essere nel mondo. È per questo che in molte culture induiste i capelli del Mundan vengono affidati all’acqua di un fiume: non gettati, ma restituiti. E che nelle tradizioni africane dell’Africa subsahariana il primo taglio segna spesso il momento in cui al bambino viene dato ufficialmente il nome: come se prima di quel gesto l’identità fosse ancora sospesa, provvisoria.
Il primo taglio in Italia? Una tradizione popolare tra devozione, scaramanzia e affetto
Nell’Italia del Sud – ma la pratica si ritrova diffusamente in tutto il paese – il primo taglio dei capelli era tradizionalmente affidato al padrino o alla madrina: una scelta non casuale, che intrecciava il legame spirituale del battesimo con il gesto di accompagnare fisicamente il bambino nel suo primo cambiamento. La ciocca veniva conservata, spesso insieme al cordone ombelicale e al vestito del battesimo, come reliquia domestica. In alcune famiglie campane e calabresi, si usava passare la ciocca sotto il cuscino del bambino la prima notte dopo il taglio, per proteggerne il sonno. Quella scatolina in un cassetto, in fondo, è lo stesso impulso: tenere vicino qualcosa che appartiene alla soglia, al prima, all’irripetibile.
L’antropologia del primo taglio: rendere visibile ciò che non si vede
Van Gennep distingueva tre fasi in ogni rito di passaggio: separazione, transizione, incorporazione. Il primo taglio le attraversa tutte e tre in pochi minuti. La separazione è la ciocca che cade. La transizione è il momento sospeso delle forbici. Quel secondo in cui il bambino non è più del tutto com’era, e non è ancora del tutto diverso. L’incorporazione è la festa, la fotografia, il nome scritto sulla scatolina: il gesto con cui la comunità riconosce e sigilla il cambiamento. Non è rituale per il bambino, che non ricorderà nulla. È rituale per chi lo circonda. Per trasformare un fatto biologico in un evento umano, dare forma e memoria a una soglia che altrimenti passerebbe inosservata.
Il primo taglio oggi: come un rito antico sopravvive nell’era contemporanea
Nelle grandi città occidentali, il primo taglio ha perso le sue forme più codificate – il padrino, il fiume sacro, il rito collettivo – ma non ha perso il suo peso emotivo. I genitori continuano a fotografarlo, a conservarne una ciocca, a scegliere con cura chi impugna le forbici per primo. Su Instagram, l’hashtag #firsthaircut conta decine di milioni di post in ogni lingua. Il gesto si è laicizzato, si è privatizzato, si è fatto individuale ma la necessità, che esprime, è rimasta identica a quella che animava i templi di Apollo e i ghats del Gange: rendere visibile una soglia, dare al tempo che passa una forma che si possa tenere in mano.
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