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Cosa vuol dire oggi educare una figlia? E un figlio?

Educare oggi è un atto politico e non lo è perché serve a scegliere un partito o a sostenere una causa, ma perché significa prendere posizione, decidere in quale direzione vogliamo che vada il mondo, e quali valori vogliamo trasmettere a chi, domani, lo abiterà dopo di noi.

Educare oggi una figlia, e un figlio, significa porsi domande scomode: cosa vuol dire essere donna o uomo, o semplicemente persona, in un tempo che cambia così velocemente ma che continua a portarsi dietro antichi retaggi?

Schemi e trappole sociali

Viviamo in una società che si definisce evoluta, emancipata, ma che ancora giudica le donne per il corpo che mostrano e gli uomini per la forza che dimostrano. Una società che applaude alle bambine “brave e educate” e agli uomini “determinati e vincenti”. Siamo intrappolati in schemi che continuiamo, spesso senza rendercene conto, a riprodurre dentro le nostre case, nelle parole che scegliamo, negli sguardi, nei gesti quotidiani, nel contesto lavorativo.

Educare oggi, dunque, vuol dire anche disimparare. Disimparare la cultura del dover essere, del “si è sempre fatto così”, del “le donne sono fatte per” e “gli uomini devono”. Vuol dire avere il coraggio di dire ai nostri figli e alle nostre figlie che non esistono ruoli predefiniti, che possono scegliere chi essere, come amarsi, cosa desiderare e che il valore non sta nella performance ma nella persona.

L’empatia e la libertà non hanno genere

È necessario educare all’empatia, ovvero insegnare ad ascoltare, non solo le parole, ma anche i silenzi, le paure, le fragilità. Alle bambine, troppo spesso, viene insegnato a essere empatiche “per natura”, come se la dolcezza fosse un dovere femminile. Agli uomini, invece, viene insegnato a difendersi dall’emozione, come se provare empatia fosse una debolezza. E invece no, l’empatia non ha genere: è la capacità umana di riconoscere l’altro come parte di sé. È la base del rispetto, della non violenza, della collaborazione.

Un figlio che impara ad essere empatico diventerà un uomo capace di relazioni sane, un compagno che non teme la vulnerabilità, un padre che non scambia l’autorità per dominio. Una figlia che impara a essere empatica saprà difendersi senza perdere la dolcezza, saprà ascoltare senza annullarsi, saprà amare senza farsi consumare.

La libertà è forse la parola più abusata, eppure la meno compresa. Molti genitori dicono di voler crescere figli liberi, ma poi tracciano per loro un cammino sicuro, lineare, socialmente accettabile, perché la libertà fa paura; perché significa lasciare andare, accettare che una figlia possa scegliere di non sposarsi, di non diventare madre, di cambiare idea, di fare un mestiere “strano”. E accettare che un figlio possa essere fragile, artistico, estroso, dolce, non competitivo, e che tutto questo non lo renda meno uomo.

Educare alla libertà vuol dire insegnare a pensare non a compiacere, a scegliere non a obbedire, a vivere secondo i propri valori e non a quelli imposti dalla cultura dominante o dall’immagine perfetta che i social ci restituiscono.

La vita vera non è una performance

Oggi viviamo nell’epoca della performance dove bisogna essere i migliori, mostrare risultati, apparire felici, costruire un’identità spendibile. Ma i bambini e le bambine non sono progetti di successo, e i genitori non sono manager del destino dei propri figli.

Educare alla non performatività vuol dire restituire il diritto all’errore, al tempo, all’imperfezione, significa dire a un figlio che non deve sempre vincere e a una figlia che non deve essere sempre impeccabile. È necessario insegnare che il valore non si misura in voti, in like, in stipendi o in corpi perfetti, ma nella capacità di restare sé stessi in un mondo che ci vuole costantemente diversi.

Essere genitori oggi è un’occasione straordinaria

Possiamo cambiare la cultura di cui tutti parlano, non con proclami ma con gesti quotidiani: nel modo in cui si divide il lavoro di cura, si parla delle emozioni, si rispetta la diversità, si gestisce il conflitto.

Ogni volta che un padre cambia un pannolino senza sentirsi speciale ma semplicemente genitore si rompono gli schemi; ogni volta che una madre insegna a sua figlia che il suo corpo le appartiene, o a suo figlio che un no è un no, si scava una crepa nel sistema che ha alimentato secoli di disuguaglianze.

La genitorialità non è mai neutra: può riprodurre i modelli del passato o generare un futuro diverso, e quel futuro inizia da casa, dalle parole che scegliamo, dalle libertà che concediamo, dal rispetto che pretendiamo.

Oggi educare una figlia e un figlio significa avere il coraggio di guardarsi dentro, di riconoscere le proprie ombre e di costruire un nuovo modo di essere adulti: più autentico, più consapevole, più umano.

Elisabetta Pieragostini

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