C’è un momento, nella vita di quasi tutte le donne, in cui lo sguardo smette di essere neutro e diventa giudizio.

Può succedere presto, davanti allo specchio dei dieci anni, quando qualcuno commenta le gambe “troppo grosse” o la maglietta che “ti segna”. Può accadere più tardi, quando il corpo cambia dopo una gravidanza, una malattia, un periodo di stress, o semplicemente con il tempo. A volte quello sguardo arriva da fuori, altre volte si insinua dentro e non se ne va più. È una voce che ci accompagna silenziosa, capace di farci vergognare anche quando nessuno ci sta guardando.
Il body shaming è una ferita collettiva travestita da abitudine
Si manifesta nei social, nelle pubblicità, nei corridoi degli uffici e perfino nelle conversazioni più innocenti. È quell’amica che ti dice “ti vedo ingrassata, ma stai bene eh”, o il giornale che celebra la prova costume come se il mare avesse bisogno di autorizzazioni estetiche. È la cultura che ti spinge a volerti bene ma solo se rientri in determinati canoni. E se non lo fai, devi almeno sembrare costantemente impegnata a migliorarti.
Viviamo in un tempo che parla di accettazione, ma la confonde con la performance. Sui social, accettarsi significa postare una foto senza filtro ma con la luce giusta; dire che la bellezza è dentro ma continuare a usare l’hashtag bodypositive come un alibi estetico.
C’è sempre un piccolo trucco, un compromesso, un modo per rendere la vulnerabilità più presentabile.
Eppure, la libertà vera non ha bisogno di filtri: ha bisogno di respiro.
Siamo state cresciute con l’idea che il corpo fosse qualcosa da controllare. Troppo magre? “Mangia di più.” Troppo formose? “Copriti un po’.”
Troppo curate? “Ti piace essere al centro dell’attenzione.” Troppo trasandate? “Non ti rispetti.”
Un corpo femminile non può mai semplicemente esistere: deve sempre rispondere a qualcosa o a qualcuno
E così, finiamo per interiorizzare un senso di vergogna cronico. La vergogna del sudore, delle smagliature, dei peli, della pancia dopo il parto, delle rughe che arrivano senza chiedere permesso.
Una vergogna educata, sottile, che si traveste da pudore o da cura di sé, ma che nasce da un sistema che non tollera la libertà dei corpi imperfetti.
Il body shaming non è soltanto la violenza di chi deride, ma anche l’eco di chi pretende. Ma cosa pretende? Che siamo sempre sorridenti, leggere, allineate, controllate. E quando non lo siamo, ci punisce con il silenzio o con l’ironia.
Parlare di corpo oggi è un atto politico, non perché appartenga a una parte o a un movimento, ma perché il corpo è il primo terreno di libertà e anche il primo su cui veniamo giudicate. Il modo in cui lo mostriamo, lo nascondiamo, lo cambiamo, racconta molto di come la società decide di concederci spazio.
Pensiamo alle donne che subiscono ancora discriminazioni sul lavoro a causa del peso o dell’età; pensiamo a come i media celebrano le curvy solo se rispettano comunque determinati standard di sensualità. Pensiamo ai commenti sotto le foto delle influencer: troppo magra, troppo grassa, troppo rifatta, troppo naturale. Qualunque scelta facciamo, sembra esserci sempre un tribunale pronto a emettere sentenza.
Eppure, il corpo è anche poesia
È ciò che ci ancora alla realtà, che ci fa sentire vivi, che ci permette di abbracciare, di ridere, di camminare, di creare.
Quando smettiamo di trattarlo come un problema e iniziamo a vederlo come un linguaggio, cambia tutto, perché il corpo racconta, sempre, anche quando tace.
Le parole hanno un potere enorme: “Ti vedo meglio così”, “Sei dimagrita, stai benissimo!”, “Con quei capelli sembri più giovane”. Sono complimenti, certo, ma anche piccole trappole linguistiche che ci ricordano che il nostro valore è spesso misurato in centimetri, chili o anni.
Cambiare il linguaggio è un atto rivoluzionario
Invece di commentare i corpi, potremmo imparare a osservare le persone, a chiedere come stanno, non come appaiono, a dire “Sei luminosa oggi” invece di “Sei dimagrita”. Potremmo imparare aricordarci che il corpo non è un biglietto da visita, ma un compagno di viaggio.
Forse, il primo passo per guarire da questa cultura del giudizio è la gentilezza, non quella superficiale dei messaggi motivazionali, ma quella autentica, che parte dallo sguardo, guardarsi senza sospetto. Accettare che non tutti i giorni ci piaceremo, e che va bene così, che l’autostima non è una linea retta, ma un movimento, un’onda che a volte si ritira e altre torna a riva più forte.
La gentilezza è politica, anche lei perché rompe la catena del giudizio e ci permette di vedere nell’altro non un corpo da misurare, ma un essere umano da incontrare.
Forse dovremmo tornare a pensare al corpo come a un luogo di pace, non di battaglia. Un territorio da rispettare, non da conquistare e un tempio che non chiede perfezione, ma ascolto. Non abbiamo bisogno di corpi migliori, ma abbiamo bisogno di corpi felici, presenti, consapevoli. Corpi che non si scusano per esistere, che non chiedono permesso per essere amati, perché non c’è vergogna nell’essere ciò che siamo: c’è vita.
E la vita, in tutte le sue forme, è già bellezza.
Elisabetta Pieragostini





